Giulia's profileLa Camera d'AmbraPhotosBlogListsMore Tools Help

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    November 09

    .:: Orden's Tales - L'ultimo dono ::.

    Quando Falathien acquisì sembianze umane, Anduril fu estremamente colpito da quanto giovane fosse. Era una ragazzina di dieci, forse dodici anni, con una gran massa di capelli soffici e biondissimi, gli occhi grigi, il viso tempestato di lentiggini. «Beh? Che ti prende?», volle chiedergli al che lo vide tanto sorpreso.

    «Sei una bambina!», sbottò lui, ridendo. Si lasciò cadere fra l’erba alta. Poco distante, i cervi dal manto bronzeo abbassarono la guardia e uno dopo l’altro tornarono ad abbeverarsi ignorando i due giovani Draghi che, in quel momento, non avevano alcun interesse a dar loro la caccia. Il ragazzo si sentì improvvisamente pervadere dalla nostalgia della sua famiglia, ma ricacciò a forza i cattivi pensieri prima che rinsaldassero la presa sulla sua mente. «Che cosa significa Evohe, lo sai?», le chiese.

    «È un appellativo arlamond che indica coloro che riescono a spingersi dove nessun altro può, coloro che varcano nuove soglie proibite. Suppongo si riferisca al fatto che sei il primo, oltre al Settimo Custode, ad essere riuscito ad entrare nella Camera d’Ambra».

    «Perché la Camera d’Ambra è così importante, Falathien?»

    «Dovrei chiederlo io a te, dal momento che ci sei stato», ribatté lei, sedendoglisi accanto a gambe conserte. «Dicono che sia bella da togliere il fiato. Oltre quei battenti dorati non esistono più dolore, né malattia; le ferite si rimarginano, le infezioni si risanano, e anche chi ha l’animo straziato dal cordoglio lì trova sollievo». Rovesciò il capo all’indietro e si concesse un sospiro trasognato. «Ed è suo, suo soltanto», sbirciò Anduril con la coda dell’occhio, con un che di malizioso che lui non riuscì ad interpretare, ma che gli fece tornare alla mente i sorrisi furbi di Maeve. «Oh, beh… vostro, ora».

    Il Principe rise. «A me non interessa», mormorò poi, fattosi improvvisamente serio. «Non è davvero posto per me. Quando sarò pronto tornerò a Shara e vendicherò la mia gente…». Sembrò per un momento che fosse sul punto di aggiungere qualcosa, ma serrò le labbra e tacque, preferendo tenere per sé il nome di Ananias, che egli credeva morta dilaniata dagli artigli del demone che aveva dato loro la caccia mentre fuggivano attraverso i cunicoli della montagna.

    «Ti stai sopravvalutando», si udì a quel punto una voce alle loro spalle. La sagoma snella del Settimo Custode si stagliava scura contro il cielo terso, sul crinale del colle. Con lei c’era un uomo, uno sciamano Arlamond dai lunghi capelli rossi ed un vistoso tatuaggio tribale che s’allargava a coprirgli il petto e parte dell’addome.

    «Il venerabile Kelda», sussurrò Falathien, evidentemente emozionata. Anduril, però, non vi diede peso; tutta la sua attenzione convergeva sul Custode e sulle parole poco confortanti che aveva pronunciato. Il giovane Mezzelfo d’accigliò.

    «Con Shara ora quartier generale dei Maghi Traviati andresti incontro ad una sorte ben infelice», proseguì Lúrien, incrociando le braccia sotto il seno – fasciato e dissimulato sotto la casacca cremisi mediante il sortilegio della maschera, che la rendeva indistinguibile da uno qualsiasi dei suoi confratelli maschi. «Vorrei che venissi con me, Anduril», disse. «Per favore».

    Falathien strinse affettuosamente una mano del ragazzo fra le sue, prima di riacquistare le sue sembianze di Drago e spiccare il volo, con discrezione, nonostante la mole. Il Principe di Shara si rialzò, scosse l’erba e l’umido dagli abiti e risalì la breve china, sempre torvo in volto. Questo strappò un mezzo sorriso al saggio Kelda, che senz’altro doveva avere molti e molti più anni di quanti non ne dimostrasse il suo aspetto giovanile, ma lo sciamano dalla chioma fiammeggiante non profferì parola.

    «Credevo che la mia preparazione fosse completa», azzardò Anduril mentre camminava, piuttosto dubbioso, al fianco del Settimo Custode.

    «Lo è», replicò Lúrien da sotto la maschera. «Non c’è nient’altro che Syndrillion o io potremmo insegnarti, a questo punto, ora sta a te affinare le tue nuove doti. Ma c’è ancora una cosa che desidero che tu abbia».

    Lui arrossì e tentò di dominarsi. Da quando era stato in grado di trasformarsi in Drago e di scoprire l’enorme potere che da questo conseguiva, era riuscito a realizzare la portata del dono che gli era stato concesso e si sentiva terribilmente in debito; anche se il Settimo Custode pareva non volere veramente nulla in cambio, probabilmente nemmeno riconoscenza.

    Si fermarono ai piedi di un’alta torre color avorio, e lì Lúrien e lo sciamano arlamond si scambiarono qualche parola in un idioma che Anduril non conosceva, poi lui si congedò accennando un inchino. La ragazza levò il viso verso l’alto e il Mezzelfo comprese dove si trovassero, e dove lei voleva condurlo. Ritornò Drago e spiegò le enormi ali. «Posso almeno… risparmiarti un disturbo?», borbottò. Le offrì il fianco, scostando l’ala perché lei guadagnasse il suo dorso scuro. Lei si issò, e di nuovo lui ebbe la netta sensazione che un uomo non poteva essere così leggero e pieno di grazia; per quanto non l’avesse mai vista senza la maschera e l’ampia tonaca rosso rubino che ne dissimulavano le fattezze e la voce, per quanto non avesse prove tangibili del fatto che fosse una donna piuttosto che un uomo, dentro di sé era sicuro che fosse così.

    La Camera d’Ambra aveva un grande terrazzo di forma semicircolare, e lì le sue grosse zampe artigliate toccarono nuovamente terra. Lúrien gli fece cenno di entrare.

    «Quando mi hai scelto per diventare il tuo Drago», vociò, alle sue spalle, «non sapevi che sarei stato il prescelto in grado di entrare nella Camera d’Ambra».

    «No, è vero, non lo sapevo», rispose lei. «È stata una piacevole sorpresa».

    «Perché hai scelto me?», insisté. Glielo aveva già chiesto, ma in risposta aveva ricevuto solo una timida risata indulgente, e s’era sentito come un bambino che avesse posto una domanda ingenua che aveva una risposta troppo complicata perché potesse veramente comprenderla.

    Questa volta fu diverso, il Settimo Custode si voltò a fronteggiarlo e si strinse nelle spalle – un gesto estremamente umano che lo lasciò spiazzato. «Perché no?», replicò. «Perché non avrei dovuto?». Pareva quasi spazientita. «Ogni mahran ha il dovere di creare un Drago, per impedire che la razza si estingua di nuovo, e per farlo deve trovare una persona che lo meriti. Forse non sarà la persona più meritevole del mondo, o quella che in assoluto ne ha più bisogno… ma basta che vada bene. Che vada bene a me, capisci?». Lui fece per ribattere, ma lei lo zittì con un gesto della mano, e gli fece nuovamente segno di entrare.

    Gli bastò scostare i pesanti drappi color miele che celavano la Camera d’Ambra alla vista per capire qual era l’ultimo regalo a lui destinato. Sul pavimento, adeguatamente accomodata, c’era la sua nuova armatura… un’armatura da Drago. Era meravigliosa, lucente e bianca come fosse fatta d’oro bianco lucidato a specchio, con intarsi preziosi.

    «Ed è leggera», si fece sentire la voce di Lúrien dietro di lui, «ed intaccabile. Ti piacerà».

    «Come posso anche vagamente sdebitarmi?», mormorò lui in un fil di voce.

    «Non devi», rispose lei, approssimandosi di qualche passo. «Non c’è bisogno che tu lo faccia. Non c’è niente che tu possa fare per me… salvo quell’aria adorante che hai», e ridacchiò.

    In un attimo Anduril l’aveva cinta con le braccia in vita e l’aveva stretta a sé. È una donna, senza ombra di dubbio, pensò.

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