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    November 09

    .:: Orden's Tales - Il Nome del Drago ::.

    Lúrien sentì una fitta alla testa; aprire gli occhi fu doloroso ma necessario, si mise a sedere e si guardò intorno attraverso il velo del geis che faticava a scemar via. Era caduta addormentata, stremata alla fine del Rito di Namath, la creazione di un nuovo Drago, non appena le era stato chiaro che il cerimoniale era andato a buon fine e nelle vene di Anduril scorreva ora il Vincolo della Rupe. Il Principe di Shara era diventato il Settimo Grande Drago, l’ultima maestosa creatura nata dall’Orden e non per discendenza diretta dai suoi nuovi consanguinei.

    Mentre si rivestiva, impacciata dalle sue stesse percezioni distorte, la Settima Custode ripercorse corrucciata i suoi ultimi ricordi, le immagini confuse della grossa sagoma di Anduril ridotta ad un ibrido metà umano metà rettile che tra grida strazianti compiva la sua prima mutazione – la peggiore, estremamente traumatica. Rabbrividì. Nonostante lei e Syndrillion l’avessero adeguatamente preparato ed egli sapesse esattamente a che cosa stava andando incontro, la ragazza non poteva evitare il senso di colpa. Le sofferenze del Principe Mezzelfo l’avevano scossa nel profondo. Raccolse i capelli nel cappuccio color rubino, indossò la maschera e s’affrettò fuori, oltre i giardini che cingevano il padiglione in cui l’avevano lasciata, verso le grandi aule adibite a tempio per le cerimonie.

    «Lúrien», vociò Syndrillion sollevando l’enorme testa cornuta. Il Primo Drago era accovacciato accanto al padiglione, racchiudendone parte del perimetro con il proprio corpo dorato che rifulgeva al sole.

    «Che cos’è successo?».

    Il Drago reclinò appena il capo da un lato. Per un istante invero lo sfiorò l’idea di mutare in sembianze umane per poter esprimere in un sorriso la tenerezza che sentiva nel cuore. Lúrien era innamorata. «Lui sta bene», rispose. «Ha mangiato, bevuto ed ora sta riposando. È un Drago potente, mia piccola sorella, hai operato bene la tua scelta».

    La Settima Custode annuì appena percettibilmente, e sotto la maschera le labbra si stirarono in un sorriso poco convinto. «Nient’affatto. È stato un azzardo», ammise, incrociando le braccia al petto. Syndrillion non replicò, ma di nuovo desiderò di poterle sorriderle. Lei si sfilò la maschera rivelando gli occhi ancora scuri e torbidi. «Sei sospettosamente comprensivo, Syndrillion», disse.

    Il Drago rise, e la sua voce profonda parve scuotere la struttura esile del padiglione affianco a loro. «Nemmeno  io sono nato da un uovo», rispose. «Avevo all’incirca trenta inverni alle spalle quando mi offrii a Namath perché potesse sperimentare il grandioso rituale che adesso porta il suo nome. A quel tempo non vi erano Draghi su Aska, lui creò il primo e fu un azzardo molto, molto più gravoso del tuo. Forse un semplice Custode non può permettersi di rischiare, ma un mahran deve farlo».

    Si incamminarono fianco a fianco. Lasciato il grande patio in cui si trovavano, imboccarono uno stretto colonnato e a quel punto, impossibilitato a proseguire dalle sue colossali dimensioni, Syndrillion riacquisì sembianze umane; era un uomo alto, snello, dai tratti sottili e la carnagione pallida dei popoli del Nord, con lunghi capelli biondissimi. Le offrì il braccio, Lúrien vagamente imbarazzata si lasciò sfuggire un risolino ed accettò la cortesia.

    «Ma dimmi», proferì il Drago ad un tratto, «chi è Nani?».

    La mahran trasalì. «Chi?».

    «Nani», ripeté Syndrillion scandendo lentamente le sillabe. «Durante il rituale Anduril lo ha gridato un paio di volte, ho pensato si trattasse di una persona».

    «Sì, è così», mormorò lei di rimando. Nani era il nomignolo che le avevano affibbiato Elendil ed Elessedil di Shara. «Era la bambinaia dei suoi fratellini».

    «Credevo fossi tu la bambinaia dei suoi fratellini», osservò Syndrillion sogghignando.

    «Ufficialmente Ananias ha perso la vita durante la fuga da Shara, la notte dell’equinozio», gli spiegò. «Cerca di capirmi: erano diretti a Kor Galindir. C’è la mia famiglia laggiù, ma non è ancora tempo per me».

    Anduril dormiva acciambellato sull’erba, con il muso adagiato nelle acque basse di uno stagno, per poter prendere più comodamente grandi sorsate d’acqua quando l’arsura delle sue nuove fauci si faceva insopportabile. Gli ci sarebbe voluto ancora del tempo per riuscire a sviluppare adeguatamente il polmone del ghiaccio e bilanciare così la temperatura del proprio fiato. Come tutti i Draghi Primigeni era un esemplare di notevoli dimensioni, e otto corna gli ornavano il capo; le sue squame avevano i riflessi preziosi dello smeraldo, con striature nere sul dorso e sulle ali, e unghioni ben sviluppati al contrario di alcuni suoi confratelli dalle zampe tozze. Lúrien indossò nuovamente la maschera. «Anduril».

    Il Drago smeraldino si destò. La Settima Custode vide la sua immagine distorta riflessa sulla superficie cangiante degli occhi della creatura, il Principe di Shara aveva ancora un’aria confusa e spaurita. Tuttavia doveva aver superato il primo impatto con il suo nuovo corpo – dopotutto era ormai primo pomeriggio – perché si rimise in piedi con disinvoltura e si stiracchiò membra ed ali allungandosi cautamente per non urtare gli alberi. «Buongiorno».

    «Il Settimo Custode è qui per assegnarti un nuovo nome, il nome con cui rivendicherai il tuo posto alla Rupe», disse solenne Syndrillion.

    Lúrien sapeva da giorni ormai quale sarebbe stato il nome che avrebbe dovuto portare il Settimo Drago, lo aveva trovato poco dopo aver cominciato i preparativi per il Rito. «Evohe», disse, semplicemente. Colui che varca la Soglia Proibita.

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