Giulia's profileLa Camera d'AmbraPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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August 30 :: Un Po' Vero Un Po' No - Terza Parte ::Erano le undici di mattina, ma nuvole compatte grigio-verdi avevano oscurato il cielo ed era buio come fossero le sette di sera. L’aria estremamente umida insidiava le pagine dei libri impilati sul tavolo, tra le candele, l’incensiere d’ottone e la lampada alogena; ma nessuna delle due ragazze si alzò a chiudere la finestra. Sul davanzale, un grosso mazzo di fiori di campo riposava in un vecchio vaso della marmellata, e guardava fuori, verso il prato, oltre le fronde basse del gelso. Isabelle fissava rapita le volute di fumo dell’incenso piegate dai refoli freschi che entravano dal battente lasciato aperto. All’altro capo del tavolo Julia, altrettanto assorta, accarezzava il suo mazzo di tarocchi, evidentemente indecisa sul da farsi. Quanto alla cagna nera, s’era appisolata sul suo tappeto, in un angolo, e solo di quando in quando la si sentiva sospirare pigramente, e cambiare posizione. Era presumibilmente l’unica ad annoiarsi davvero, in quel momento, soprattutto dopo che Julia aveva messo le loro scarpe bagnate in alto, sopra la stufa, per impedire che se le masticasse. Isabelle si riscosse. «Allora», disse, lasciando scorrere le dita sui ghirigori della tovaglia, «le carte non ti dicono nulla? Che ne è dei nostri eroi, dopo tutti questi anni?». In silenzio, Julia cominciò a mescolare le carte; ne dispose cinque sul tavolo, di fronte a lei, a formare una croce, e cominciò a leggere. «Il Sacerdote: Shara prospera sotto il regno dei giovani Principi, l’inizio di una nuova epoca. Anche il Consiglio della Magia è stato mondato dalla corruzione e dalla cupidigia, ed Andaman ne è il nuovo Primo Consigliere». «Buon per noi», commentò Isabelle a bassa voce. «Cinque di coppe: eredità, famiglia. Lúrien è rimasta incinta, ma non ne sono tutti entusiasti…». «Chi non lo è?», chiese l’altra, curiosa. «Quelle tre coppe rovesciate», e Julia indicò la carta, che raffigurava una giovane donna dai lunghi capelli biondo rossiccio inginocchiata sulla riva di un ruscello; due coppe, diritte, giacevano al suo fianco, ed altre tre, capovolte, erano state disegnate sulla riva opposta. «Sono quasi sicura che siano tre Custodi, probabilmente Vain, Caindran e Ran». «Thronzi però!», ridacchiò Isabelle adoperando un termine molto in voga tra loro quand’erano poco più che adolescenti. La sua amica sogghignò, ma non perse la concentrazione. «Principessa di bastoni: è Jsabella, è in viaggio. È in viaggio. È cresciuta parecchio ultimamente… ed è anche progredita… occupa una posizione di rilievo fra la sua gente, ora». Poi voltò la quarta carta. «Il Sole», annunciò, e poi tacque per qualche istante. «Che te ne pare?». «È un Principe guerriero», osservò Isabelle, pensierosa. «Ma non Eldarion, no… non direi sia uno dei nostri. Che venga da Aman?». «No, non è un Elfo, mi sembra piuttosto un Uomo. Si direbbe uno straniero, desideroso di stringere alleanze». «Manca l’ultima carta». Julia la scoprì. «Sei di coppe: il passato. Qualcosa che ritorna, portando problemi. Si direbbe che qualcuno conservi ricordi dolorosi della propria infanzia che stanno tornando a galla». Isabelle si strinse nelle spalle. «Non saprei chi. Forse il nostro Sole». L’altra annuì. «Prima o poi lo scopriremo…», e detto ciò, raccolse le carte e cominciò a riordinare il mazzo. «Il pozzo è il luogo dei ricordi per eccellenza, secondo me», soggiunse dopo poco. Nel frattempo fuori aveva smesso di piovere ed il sole s’era aperto una breccia fra le nubi ormai sottili e consumate, accendendo nuovamente il prato del suo consueto verde brillante. «Ho usato l’acqua del pozzo per meditare sulle mie vite passate». «E funziona?». Julia ghignò ancora una volta, evitando di incontrare lo sguardo dell’amica. «Potresti provare tu stessa», mormorò, provocatoria. August 19 :: Un Po' Vero Un Po' No - Seconda (piccola) Parte ::La cagna nera di Julia aveva il galoppo massiccio e veloce di un cavallo mentre sfrecciava accanto a loro, scomparendo poi nella boscaglia. Di nuovo, in lontananza, si udiva il richiamo del falco. «Poggio del Falco», considerò Isabelle tra sé, ripensando ad un libro di Marion Zimmer Bradley. «E tu, con quella chioma rossiccia, saresti una discreta Romilda». Julia sorrise. «Non ho abbastanza petto». L’erba alta, al limitare del bosco, dove il trattore non riusciva a passare, era solcata da un paio di stretti sentieri sinuosi di steli schiacciati e ingialliti, segno del passaggio di uomini e bestie. Poi, dove Yuri a suo tempo aveva aperto un varco tra la vegetazione a colpi di roncola e tronchesi, la cagna nera s’era fermata ad aspettarle con un grosso bastone orgogliosamente stretto fra le fauci. Quando vide approssimarsi le ragazze, schizzò nuovamente avanti, in un tramestio di legna spezzata. Il Cerchio di Pietre era stato tracciato sotto un grande nocciolo che vi protendeva sopra i suoi rami offrendo una verde, suggestiva volta di fogliame. Nonostante Julia gliene avesse già parlato in numerose sue e-mail, descrivendoglielo minuziosamente, Isabelle se l’era immaginato più grande. Misurava tre metri di diametro ed era cinto da undici grossi sassi che Julia e Yuri avevano trasportato sin lì dal letto asciutto di uno dei tanti torrentelli stagionali che attraversavano il bosco. Ad ogni modo, Isabelle doveva convenire che la cosa aveva un suo fascino, ed i suoi pensieri volarono veloci ai personaggi e ai luoghi della propria immaginazione, lasciandola silenziosa a guardarsi attorno.. Julia non la disturbò; dalla tracolla militare trasse una bottiglia di vino rosso senza etichetta – produzione artigianale di un qualche conoscente di suo padre – la stappò, versò un bicchiere a ciascuna e lo levò in alto come un povero graal di vecchio vetro rovinato. «Ai Sette Mari di Rhye, al Dhara e alle Terre Esterne!». August 14 :: Un Po' Vero Un Po' No - Prima Parte ::Il giorno che arrivarono, il cielo era una specie di patchwork di pezze bianche, azzurre e grigie. Verso nord le nuvole erano candide, illuminate dal sole di metà pomeriggio; sopra le loro teste, invece, erano più flaccide e plumbee, anche se non davano segno di voler volgere in pioggia poi tanto presto. «Qui non piove tanto come a valle», disse Julia levando il naso all’aria, nel tentativo di trarne un qualche vaticinio meteorologico. «La pioggia non mi dispiace», la rassicurò Isabelle guardandosi attorno. Il grande gelso gettava un’ombra incostante ma gradevole sulla facciata di pietra della vecchia casa, mentre il prato antistante era verde brillante sotto i raggi del sole che andava e veniva fra le nubi; una distesa di teste gialle di ranuncolo, ed altri fiori di campo rosa e viola di cui non conoscevano il nome – Yuri senz’altro l’avrebbe saputo, ma non era potuto salire con loro. L’unico rumore percepibile era il ronzio degli insetti – accovacciandosi per terra se ne potevano scorgere a milioni, fra l’erba, e di tantissime specie, dalle formiche ai bruchi alle coccinelle gialle – occasionalmente sovrastato dal cinguettio degli uccelli del bosco o dalle grida acute di un invisibile, piccolo falco che si nascondeva tra gli alberi. Isabelle si voltò, fece per ritornare alla macchina e scaricare il proprio bagaglio, quando Julia la trattenne, prendendola sottobraccio. «Con caaaaalma», le disse, conducendosela appresso nella direzione opposta, verso la porta d’ingresso. «Sono le cinque, è ora del tè. Per Dio», e non specificava mai quale, «non c’è luce, non c’è acqua ma i fornelli vanno che è una meraviglia». E così l’auto rimase con il bagagliaio aperto e i borsoni in bella vista – nel caso in cui le fate avessero voluto darci una sbirciata. La cagna nera di Julia sfilò dalla tracolla militare della ragazza il suo osso di pelle di bue, di cui aveva già completamente rosicchiato un’estremità, e se ne trottò via, alla ricerca del posto migliore dove accoccolarsi e continuare a masticarlo. La cucina era la stanza più e meglio ammobiliata di tutta la casa – e presumibilmente anche quella in cui avrebbero trascorso la maggior parte del tempo. Del vecchio mobilio originale erano rimasti soltanto il lavello – senza il rubinetto! – e la stufa di mattoni rossi; la precedente proprietaria aveva lasciato il forno e i fuochi, e due taglieri di legno in bella mostra appesi al muro, per il resto – la credenza, il tavolo e le sedie, nonché i due ammennicoli scaccia-guai in legno – l’aveva recuperato la madre di Julia spulciando gli empori di mobili di seconda mano. «E questo cos’è?», domandò Isabelle additando un bizzarro pezzo di artigianato appoggiato ad un chiodo. «È un fucile fatto in casa», rispose Julia mentre riempiva il bricco con l’acqua delle bottiglie portate da casa; acqua di rubinetto, ma di quella buona. «È saltato fuori quando abbiamo fatto pulizie in soffitta. Ed era pure carico! Fortuna che mio padre mirava verso il bosco, quando l’ha provato…». Si trattava nient’altro che di un pezzo di legno sagomato a calcio di fucile su cui era stata fissata una canna metallica, ed arrangiato un vecchio chiavistello a molla a far da grilletto. «Piuttosto ingegnoso, comunque», concluse, dando voce ai pensieri dell’altra. «Metti mai che i Pooja sconfinino da queste parti…». «Eh no», protestò Isabelle riponendo la rudimentale arma, con un sogghigno. «Quando sarà, dovrai munirti di sonagli e ricondurli alla palude». Appoggiato in un angolo dell’ingresso, subito a sinistra della porta, c’era un bastone di nocciolo alto almeno una spanna più delle ragazze. L’aveva fabbricato Yuri, intagliandone la corteccia con motivi vagamente geometrici; era il bastone sciamanico di Julia, il suo piccolo Kael’galendath. «Dovresti abbellirlo delle piume», osservò Isabelle. Avrebbe voluto soppesarlo nella mano, ma qualcosa le suggeriva che quell’oggetto, al pari dei suoi nobili parenti in possesso ai grandi Maghi e Stregoni, non gradiva di essere maneggiato dagli estranei. «Aspetto solo di trovarle. Di trovarne di belle, diciamo», replicò la sua amica, ammiccando. «Ne avevo trovate un paio, forse di ghiandaia. Erano beige e bianche come piacciono a me, chissà che fine hanno fatto. Le avrà mangiucchiate il cane». Sorseggiarono il loro tè sedute su uno tappeto trapuntato dai colori caldi. Era la fine di agosto, ma mano a mano che il sole declinava ad occidente un’umidità freddina incombeva su di loro. La bevanda, ambrata e fumante, era tutt’altro che sgradita. «Buono», trovò Isabelle annusando l’aroma speziato che si levava in vapori dalla tazza. «Cos’è?». «Uhm, Winterzeit qualcosa. Una scoperta di mia madre, roba tedesca, c’è arancia, mela e cannella», rispose Julia facendo ticchettare i denti sul bordo di ceramica. «Non ti ho detto… puoi prendere una sedia se non ti va di stare per terra. Io mi metto sempre qui, mi ci sono anche addormentata un sacco di volte… mi dirai che sono patetica, ma mi piace stare sull’erba. Mi radico meglio». Isabelle non rispose, ma annuì appena percettibilmente. Non era veramente pagana come Julia, per quanto si scambiassero sempre gli auguri in occasione delle feste stagionali. Per lei, il significato del radicamento era limitato all’uso sporadico che ne aveva fatto nei propri racconti fantastici. Julia accantonò la tazza per prendere la macchina fotografica e scattare un’istantanea della cagna nera che veniva loro incontro per elemosinare cibo con il suo naso umido e invadente. «Sapessi come si scrive bene con la pancia per terra», soggiunse dopo poco. Isabelle guardò il gelso che troneggiava pacifico e quasi paterno su di loro. «Lo saprò presto, credo», disse. Trasse un profondo respiro, l’aria sapeva di buono. In lontananza rombava un trattore, tanto per rammentare loro che, oltre i boschi, c’era ancora il Mondo Civilizzato. June 17 .oO Fan'fictzzt - Nessun tempo Nessun Dove / Drizzt e Lùrien ipotetico incontro Oo.In quella notte di luna nuova il cielo terso era il dominio incontrastato delle stelle. Drizzt, titubante, si strinse nel piwafwi e lasciò l’ombra della veranda per muovere qualche passo fra l’erba rigogliosa della radura, che ondeggiava agitata dal vento pungente che scendeva dalle montagne circostanti. Il freddo era particolarmente intenso, ora che il sole era tramontato da qualche ora e la roccia aveva restituito rapidamente tutto il suo calore, ma gli occhi dell’elfo scuro avevano accolto con gioia il calare delle tenebre – nonostante Lúrien glieli avesse incantati in modo da poter meglio tollerare la luce intensa del giorno, a cui non erano avvezzi. Il cacciatore drow era ansioso di perlustrare i dintorni; non potevano ancora permettersi di abbassare la guardia dal momento che era possibile che nuove pattuglie fossero state preposte a dar loro la caccia, ma il volo a dorso di drago aveva conferito a Drizzt e all’elfa bionda un vantaggio che difficilmente i loro inseguitori avrebbero potuto colmare. Lúrien non stava bene, e malgrado facesse di tutto per non darlo a vedere era chiaro che contrastare le religiose di Lolth le aveva prosciugato le forze. Avevano trovato rifugio in un capanno dismesso, probabilmente un ricovero per i pastori che durante la bella stagione conducevano le mandrie a pascolare su quelle alture; lì avevano acceso un fuoco – che i nuovi occhi di Drizzt non si sarebbero mai saziati di ammirare – per riscaldarsi e cucinare i frutti di una misera battuta di caccia. Dopodiché la ragazza elfa era piombata in un profondo torpore che ancora perdurava. Il drow, pur stentando ad ammetterlo persino con se stesso, nutriva una certa preoccupazione per la sua nuova, improvvisata compagna. Non era stato facile per lui entrare nell’ottica di una nuova condizione, diversa e senz’altro migliore della solitudine assoluta in cui aveva trascinato la propria esistenza per molti anni, eppure complicata, al fianco di una femmina che lo considerava suo pari, e gli sorrideva, e non pretendeva che lui la chiamasse con altisonanti titoli di prestigio – pure se sicuramente li meritava, considerati i suoi grandi poteri. Tuttavia aveva saputo rendere più sopportabili i lunghi, frenetici giorni di fuga attraverso i cunicoli del Buio Profondo, e di questo Drizzt gliene era profondamente riconoscente. Sotto certi aspetti Lúrien era come Guenhwyvar, silenziosa e solidale, anche se i suoi occhi color zaffiro erano solitamente animati da una vampa che lui tuttora non era certo di sapere come interpretare. Dopo l’ultimo, pesantissimo scontro, però, quella luce s’era affievolita fin quasi a scomparire. S’inoltrò nel bosco, brulicante di vita notturna. La piccola radura in cui sorgeva il capanno era racchiusa su tre lati da ripide, piatte pareti di roccia e ghiaione, mentre a sud la foresta si stendeva a perdita d’occhio, allargandosi a riempire la vallata sottostante. Il cacciatore s’infilò rapido fra gli alberi, tendendo l’orecchio per seguire il suono gorgogliante del piccolo ruscello, dove era quasi certo di poter trovare selvaggina all’abbeverata. Per lui predare in superficie era così facile da risultare addirittura noioso. Quando rientrò, Lúrien era sveglia, seppur ancora coricata sul suo giaciglio. Drizzt ovviamente non poteva esserne certo, ma gli parve di vederle in volto un colorito un poco migliore; ciò gli fece piacere e non si curò di nasconderlo. «Stai sorridendo, Drizzt Do’Urden», osservò lei, piacevolmente sorpresa. «Ho portato da mangiare», replicò lui, sviando il discorso e sollevando il bottino di caccia – due grosse lepri. Si sedette in un angolo a prepararle, percependo chiaramente l’attenzione della ragazza fissa su di lui, ma non opprimente, anzi, addirittura piacevole. Durante la loro sofferta permanenza nel Buio Profondo non avevano avuto tante occasioni di parlare, per lo più perché Lúrien non conosceva il linguaggio gestuale e normalmente nessuno dei due s’azzardava a fare più rumore dello stretto indispensabile. Finora il loro rapporto s’era costruito su un’intesa fatta di sguardi, di espressioni, di atteggiamenti e – occasionalmente – di contatti. Era singolare per Drizzt che una femmina gli riservasse un approccio diverso da quello della frusta di serpenti. Era dunque per questo, si chiese, che in superficie maschi e femmine riuscivano ad unirsi non solo nel corpo ma anche nello spirito, attratti gli uni dalle altre in maniera tanto incomprensibile quanto irresistibile? La ragazza si alzò, muovendosi piuttosto malamente come chi ha le membra ancora spossate ed irrigidite, e si avvicinò a lui per dargli una mano, in due avrebbero fatto molto prima. Anche in combattimento la loro s’era rivelata un’accoppiata temibile, con la magia dell’elfa che danzava sulle scimitarre del drow decuplicando la loro forza e la loro precisione, lasciando che lui primeggiasse nel corpo a corpo mentre lei con la medesima eleganza neutralizzava gli incanti dei maghi e delle religiose. Lúrien possedeva delle doti straordinarie in magia quanto quelle di Drizzt lo erano nel duello. In quel momento, tuttavia, l’elfo scuro era perfettamente in grado di fare da solo, ed allontanò con quanto più garbo possibile il coltello ed il coniglio dalle mani della giovane maga. A parte per Guenhwyvar, prima d’ora non s’era mai premurato così tanto per qualcuno, ed era sorpreso, eppure lieto di farlo. «Tu devi riposare», le disse, in tono gentile ma risoluto. «Andiamo…», l’elfa allungò una mano con un movimento rapido per riappropriarsi il coltello da caccia, ma egli fu più lesto e, nel tentativo di bloccarla, le sue dita si richiusero saldamente attorno a quelle di lei. Rimase rapito ad osservare il contrasto netto tra la sua pelle color ebano, spessa e irruvidita dall’uso quotidiano delle armi, e quella chiara e delicata di Lúrien. Si accorse di essersi intrattenuto in contemplazione un po’ troppo a lungo, il sorriso della ragazza aveva assunto una piega diversa; si affrettò a scostarsi, ma non volle transigere sulla cena e sottrasse le lepri dalla portata della ragazza. La bionda maga parve rassegnarsi, ma non ritornò accanto al fuoco, rimase seduta vicino a lui. Drizzt le guardò nuovamente le mani, che ora cingevano le gambe che ella aveva ripiegate contro il petto; c’era stato un tempo in cui trovava impressionante ed inopportuna la carnagione pallida della ragazza, così appariscente nei tunnel del Buio Profondo dove sembrava catturare ogni minimo barbaglio di luce, tuttavia ora non desiderava che fosse altrimenti. Lúrien era una creatura di Luce e Potere, ed era naturale che così apparisse. «Perché quella spada è così importante?», volle domandarle. La grande spada da guerra giaceva avvolta in un panno ai piedi del pagliericcio dell’elfa ed ella le usava ogni riguardo; era quella la ragione per cui s’era spinta fin nel cuore di Menzoberranzan, inseguendo la pattuglia che in superficie aveva massacrato e razziato il convoglio di elfi con cui il prezioso oggetto stava viaggiando. Lúrien ne era svisceratamente gelosa, ma era evidente che la spada non le appartenesse e si guardava bene dal farne uso. «È un regalo», rispose. «Un mio regalo e voglio assolutamente che arrivi a destinazione». Che si trattasse di un oggetto di grande valore lo avevano intuito anche i drow che l’avevano scovata tra il resto del bottino; non solo era di splendida fattura, era anche evidente che si trattava di un’arma incantata con della magia di gran lunga più potente di quella di cui erano intrise le lame drow. Probabilmente se ne sarebbe impossessato il guerriero a capo della pattuglia se non fosse stato per le sue dimensioni notevoli, era uno spadone da guerra pensato per essere brandito da qualcuno molto più alto e massiccio di un elfo scuro. Drizzt era sul punto di chiederle quindi se il suo scopo fosse consegnare il prezioso dono nelle mani del legittimo destinatario, ma all’ultimo momento preferì tacere. Scoprì di non voler sapere che cosa ne sarebbe stato di quella loro strana convivenza una volta che Lúrien si fosse rimessa in forze. Temeva che ne avrebbe sentito la mancanza molto più di quanto non s’aspettasse – del resto anche sotto quel nuovo cielo tutto lasciava presagire che gli sarebbe toccata un’altra esistenza di solitaria sopravvivenza. «Non sorridi più, Drizzt Laincrist?». Laincrist. Nella lingua degli elfi, gli aveva detto, significava “lame libere”, era un nomignolo che gli aveva affibbiato nel momento in cui aveva scoperto che il drow dagli occhi color lavanda era diverso dai suoi spietati consanguinei. Drizzt aveva particolarmente caro quell’appellativo, dopo che per decine d’anni aveva portato un nome conferitogli da un popolo che aveva rinnegato, e senza dubbio avrebbe preferito che l’elfa bionda lo chiamasse solamente Laincrist, ma lei s’era opposta; Drizzt sarebbe rimasto a perenne memoria di ciò da cui aveva scelto di fuggire, e non avrebbe dovuto dimenticarlo. Era bella, saggia e potente, trovò, e nonostante avesse ogni requisito per rivendicare un posto di guida e comando presso la sua gente – più di quanti ne avessero le Matrone e le sacerdotesse di Lolth – Lúrien trattava Drizzt come un suo pari, e questo l’aveva sconvolto. Si sforzò di ritrovare il sorriso che inevitabilmente aveva abbandonato il suo volto. Terminò di pulire la carne e si spostò nei pressi del focolare per infilzare le lepri allo spiedo. Lei gli fu immediatamente accanto, preoccupata che la luce del fuoco potesse ferirgli gli occhi, e già aveva levato una mano a sfiorargli il viso, ma l’elfo scuro era discretamente a suo agio e la rassicurò con un cenno del capo. Fu a quel punto che lei si sporse, gli posò un bacio sulla guancia, leggero, e le sue labbra indugiarono piuttosto a lungo sulla pelle d’ebano del drow, portando lo scompiglio nei suoi pensieri ed il tumulto nel suo cuore. Quindi lei si scostò, consapevole soltanto in parte dello sconquasso che albergava nell’animo dell’elfo scuro, e stava retrocedendo per lasciargli spazio quando lui, in un istante già dimentico della carne sul fuoco, l’afferrò saldamente per un braccio, cogliendola di sorpresa e facendole perdere l’equilibrio all’indietro. Fu una caduta di poco conto giacché ella si trovava già semi-accovacciata, ma la meraviglia della ragazza fu grande perché ora Drizzt, sollevato sulle ginocchia, incombeva su di lei e una luce vivace covava nei suoi occhi, dietro i riflessi baluginanti delle fiamme che crepitavano nel camino. L’attirò a sé, facendo aderire il suo torace a quello più esile della giovane elfa, quindi le lasciò il braccio per alzare questa volta entrambe le mani al suo viso tanto grazioso e premere le labbra sulle sue, in un gesto puramente dettato dall’istinto. Ma durò poco. Spaventato dalle reazioni sconosciute del suo corpo, si ritrasse con un gemito roco come se si fosse scottato. Lúrien si accigliò appena, studiandolo, corrucciando assieme alle sottili sopracciglia anche gli angoli della bocca in una smorfia di bonaria perplessità. «Drizzt…», allungò una mano, l’adagiò sulla sua che quasi tremava, si pose in modo da fronteggiarlo, entrambi in ginocchio sul pavimento. «Va bene così, Drizzt», lo rassicurò. Gli cinse il collo con un braccio, con l’altro lo guidò perché l’abbracciasse ai fianchi, si baciarono ancora ed il drow lasciò scemare le proprie paure. Nella sua testa in quel momento non c’era posto per interrogarsi su quali che potessero essere le consuetudini delle fate riguardo i rituali amorosi, tutto quel che sapeva allora era che il cacciatore stava tornando sotto altre sembianze, ed egli desiderava unirsi all’elfa bionda al di là di ogni veto posto dalla ragione. Voleva scoprire quella sua pelle chiara, sentirla calda e liscia come seta contro la sua, voleva divorare con le mani e con le labbra il corpo sottile della maga, che oggettivamente poco di diverso aveva dalle fattezze delle sacerdotesse di Menzoberranzan, ma che ai suoi occhi pareva la cosa più bella e desiderabile del creato intero. Era una sensazione che sentì di poter paragonare soltanto alla più feroce fame mai sperimentata, appetito che peraltro non sapeva bene come soddisfare; sospettava che si trattasse di una lezione di vita che avrebbero dovuto impartirgli le sacerdotesse di Arach-tinilith, che lui aveva sempre rifuggito più della morte. Il cacciatore aveva urgenza, lui no, e riuscì ad imporsi; possedere la bocca di Lúrien con la sua già gli aveva suscitato una sensazione di capogiro a cui l’elfo scuro s’era completamente abbandonato, e non aveva fretta che finisse. Fu lei, per prima, a far scorrere le mani sulle fibbie della sua armatura, per slacciarla e sfilarla, e a quel punto contenere la brama del cacciatore divenne un’impresa spasmodica e la ragazza lo percepì chiaramente. «Drizzt», lo richiamò, con un sorriso. «Le donne drow sono tanto diverse?». Lui pensò a suo padre, pensò a Rizzen. Che ricordasse, nessuno dei due era mai sembrato particolarmente lieto di compiacere la Matrona Madre come lui ora anelava a trarre piacere dall’elfa ed elargirgliene a sua volta. Annuì, titubante. «Temo che a Menzoberranzan il mio popolo sia totalmente digiuno di queste cose». Lúrien ridacchiò. «E come concepite?», chiese nuovamente. «Spronati dalle fruste, immagino», fu la risposta, greve. «Non mi sembra che tu abbia bisogno di sproni, Drizzt Do’Urden», replicò lei divertita, sfiorando con la punta delle dita la curva turgida tra le cosce dell’elfo scuro. «Tu non sei una sacerdotessa di Lolth», ribatté prontamente lui. Si alzò, e si sfilò di dosso gli ultimi indumenti che gli rimanevano. Decisamente, trovò, il suo desiderio non s’era mai espresso tanto chiaramente. Anche l’elfa si sbarazzò dei suoi abiti; eccezion fatta per la pelle bianca, il suo corpo era esattamente come quello delle sue lontane parenti del Buio Profondo, forse – osservò Drizzt – un poco più slanciato. In effetti Lúrien era alta praticamente quanto lui, superando l’altezza media di una femmina drow. Sua sorella Briza avrebbe potuto tenerle testa, ma grazie al cielo la maga bionda era ben lungi dall’essere così massiccia. Fece per chinarsi, per tornare da lei e stringerla a sé – faceva anche piuttosto freddo nonostante il fuoco – ma la ragazza lo allontanò con garbo, rimanendo inginocchiata sul pavimento. Quel che fece poi, Drizzt era quasi sicuro che una Matrona Madre non avrebbe saputo neppure immaginarlo.
«E se dovessi avere un figlio da me?», le chiese, in un sussurro. «Non succederà», rispose lei altrettanto piano. «Non sono fertile in questo periodo», disse. In realtà sapeva benissimo che anche se fosse rimasta incinta avrebbe avuto l’ennesimo, doloroso aborto spontaneo. La magia che scorreva nel suo sangue non tollerava di dividere il suo corpo con il principio di una nuova vita, lo sapeva da anni. «Magari ci ritroveremo da qualche parte, Drizzt Laincrist», disse, ormai sul punto di prender sonno. «Anche in superficie il mondo è più piccolo di quel che sembra». June 13 .:: Il TaQQuino - I Sacri Fuochi di Hual'tacht ::.«Dove stiamo andando?», chiese Anduril dopo la terza rampa di scale. Amandil, in testa alla piccola processione, con un lumino rosso e dorato in mano, ridacchiò. «Dove siamo sicuri di non disturbare», rispose. Dietro di loro avanzava un gruppetto di giovani Maghi Neri forse poco più che adolescenti, che parlottavano tra loro in toni molto concitati, ma con voce così bassa che il principe Mezzelfo non era in grado di carpire alcunché dai loro discorsi. E lo avrebbe voluto, giusto per farsi una vaga idea di cosa li stesse aspettando. Stavano scendendo ormai da un tempo che gli pareva interminabile. Ma dove siamo?, si chiese, cercando invano di penetrare con lo sguardo l’oscurità in cui riposava la tromba dello scalone oltre la zona luminosa proiettata dalle lanterne. Nelle viscere della Terra, come i Nani? Probabilmente, s’immaginò, Dun Dealgan sprofondava nel cuore del Mondo almeno quanto svettava in altezza tra le cuspidi non meno imponenti dei Monti di Cristallo. «Ecco, siamo arrivati», annunciò all’improvviso il kaelith bianco interrompendo le sue elucubrazioni. Erano giunti infine alla base della gradinata e davanti a loro si apriva una sorta di anticamera semicircolare debolmente rischiarata dal bagliore di alcuni sigilli magici tracciati sulla parete di fondo e sui battenti del grande portone che conduceva al salone delle feste. Gli occhi dei Maghi si spalancarono, colmi di meraviglia, mentre accorrevano ad ammirare i sigilli più da vicino. «Santo cielo», esalò Keltion sollevando una mano per percepire l’impressionante potenza che scaturiva da quei glifi cangianti. «Questi devono averli tracciati i Custodi!». Avvicinando l’orecchio, si poteva addirittura percepire il ronzio molto sottile che indicava la loro attività. Gli altri annuirono. Perfino Amandil, di solito sempre molto compassato, aveva l’espressione estatica di un bimbo che si trovi di fronte ad un regalo a lungo desiderato. Anduril invece non era minimamente allettato dalla prospettiva di rivedere attorno a sé quei tizi dalle maschere d’argento, ma cercò una volta tanto di dominarsi, se non altro per compiacere suo fratello e la di lui compagna, che invece ne erano visibilmente entusiasti. Sidvia s’affiancò agli altri due kaelith, fronteggiando l’ingresso; com’era consuetudine, le tre massime autorità si presentavano assieme nel nome dell’unione e dell’uguaglianza dei tre Ordini che celebravano il loro comune credo magico e il desiderio di mantenere l’equilibrio fra le Correnti. Di fronte a loro l’uscio si schiuse lentamente, rivelando il salone immerso in un buio così impenetrabile da essere per forza artificioso, eppure animato da una moltitudine di voci dai timbri più disparati che si levarono per dar loro il benvenuto. Amandil notò che i suoi ospiti erano rimasti piuttosto interdetti di fronte a quella scena. «È tradizione che siano i kaelith – o chi per essi – ad accendere le luci e dare il via ai festeggiamenti», spiegò sottovoce. Fecero scomparire i loro lumi, ed entrarono. Quando furono passati tutti, il portone si richiuse e nella sala calò un rispettoso silenzio. «Fratelli e Sorelle nell’Arte», s’udì a quel punto la voce seducente di Sidvia. «Benvenuti! Grazie per esservi uniti a noi in questa notte di celebrazione attorno ai Sacri Fuochi di Hual’tacht, il Solstizio d’Inverno!». Non appena ebbe pronunciate queste parole, l’aria fu attraversata da una potente scarica di magia e con un boato, poco dissimile da un debole tuono, i tre sacri fuochi divamparono simultaneamente dalle bocche dei loro enormi bracieri intarsiati d’ametista, accolti da una corale di giubilo che saliva dalle gole delle centinaia di invitati rimasti abbagliati dalla luce improvvisa. Quando Anduril riaprì gli occhi ciò che vide lo lasciò senza fiato, al pari di Findail e di Maeve. L’ambiente in cui si trovavano, stimò, aveva poco o nulla da invidiare alle immense aule sotterranee delle città dei Nani. Era grande suppergiù come dieci volte il salone dei ricevimenti del palazzo reale di Shara, ed era gremito di persone dall’incredibile varietà di sembianze. Una musica meravigliosa li avvolgeva spirando da ogni dove, e le luci si animavano di molteplici tonalità di colore assecondando l’estro dei Maghi. Moltissimi presenti, si accorsero, indossavano pittoreschi costumi che ne alteravano le sembianze facendoli assomigliare a bizzarre creature umanoidi; altri ancora, invece, bizzarre creature lo erano davvero. Keltion spiegò loro che il massiccio impiego di magia che si verificava in quelle cerimonie, durante le festività stagionali, attirava entità d’ogni sorta come insetti notturni avidi di luce. «È meraviglioso!», esclamò Maeve con aria sognante, e persino Anduril dovette convenire che non era possibile definirlo altrimenti. Mano a mano che il tempo passava e gli ospiti entravano nel vivo della celebrazione, ecco che si riunivano in piccoli gruppi e dall’immaginario collettivo prendevano forma lussureggianti boschetti e sfarzose tavolate imbandite con impressionante abbondanza e varietà di cibi e bevande, giardini fioriti e cromlech di pietre, laghetti e ruscelli, salotti raffinati, ovunque i Maghi avessero piacere di festeggiare la ricorrenza e d’intrattenersi con gli altri. Maeve prese Findail per mano e se lo trascinò appresso, dileguandosi nei meandri di un agglomerato di glicini in fiore che ricopriva un tempietto in marmo bianco. Anche Amandil e Keltion ben presto si allontanarono per attendere alle loro faccende, e Anduril si trovò solo e spaesato. Ben presto comprese anche perché i due kaelith avessero giudicato inopportuno portarsi appresso anche Elendil ed Elessedil: più di un celebrante infatti indulgeva spensieratamente a piaceri che i bambini erano ancora troppo piccoli per capire… November 17 :: Il Risveglio - Decima Parte ::«Desidero vederla!», insisté Amandil serrando forte i pugni con stizza. Syndrillion di nuovo scosse la testa in segno di diniego. Accanto a lui, con una mano elegantemente posata sul suo collo pulsante, Chrystalla, ancora sotto sembianze umane, indugiava alternando lo sguardo dei suoi occhi giallo pallido dal compagno al manipolo di Maghi che lo fronteggiava. «Non è il momento. Non è prudente», spiegò il grosso drago, accovacciandosi con un rumoroso sospiro bollente che fece scostare il giovane Elfo, ferito dal calore dei polmoni infuocati della creatura. «Né Lúrien, né nessuno degli altri Custodi…», e nel dir questo occhieggiò apertamente ad una giovane Maga bianca che si tratteneva dietro il proprio kaelith, una ragazza mezzelfa con lunghissimi capelli castani ed occhi verdi decisamente ansiosi. Si chiamava Maywin ed era l’amore del gelido Vainamaari. «…sono in condizioni di discernere le pulsioni dell’Orden dai loro desideri personali. Chrystalla vi ha già mostrato cos’è accaduto a Dun Dealgan. È pericoloso ora. Pazientate. Del resto loro sanno che siete qui, se e quando lo riterranno opportuno si mostreranno». «Sempre che non decidano di trucidare anche noi», si fece udire la voce di un Mago nero. «È stata pura follia rimanere qui! La nostra magia non può proteggerci da loro». «Non sono bestie!», inveì il kaelith bianco voltandosi indietro verso colui che aveva parlato, ma si ritrovò ad affrontare l’espressione tetra di Keltion. «L’Orden è un Deva, e i Deva sono creature elementali», disse questi, pacato, come se il compagno avesse poi bisogno che qualcuno glielo spiegasse. «In un certo senso, gwador nin[1], sono bestie davvero…». Amandil ingoiò il boccone amaro e si allontanò per andare a sedersi sul bordo della fontana. Nell’acqua stavano sguazzando strane creature minute simili ad otarie e grandi come scoiattoli, ricordò che un tempo Lúrien ne aveva portata una a sua nipote Empress e le aveva chiamate maermír. Come qualsiasi altro abitante di Lothendaloth in quel momento, anche loro gioivano del risveglio dei loro Signori. Si rilassò. Dopotutto, pensò, stava perdendo di vista il vero significato di ciò che era accaduto; non solo aveva ritrovato l’amata sorella, ma Aska intera aveva avuto indietro i suoi Custodi e questo avrebbe significato altri grandi stravolgimenti, che forse nemmeno poteva immaginare. Dopo poco Syndrillion e Chrystalla si ritirarono. Su Lothendaloth splendeva un sole radioso, il caldo era primaverile e la vegetazione mostrava il suo manto autunnale più bello. Restava ora soltanto da decidere sul da farsi; Keltion aveva già radunato attorno a sé i Maghi rossi rimasti, i Maghi neri avevano infine designato una giovane donna gnoma di nome Arina come loro temporaneo kaelith in attesa di riunire alla bell’e meglio quel che rimaneva del loro ordine e decidere ufficialmente il loro nuovo Primo. Im cenin le nauthad[2], di nuovo Amandil sentì la voce di sua sorella nella testa. Si guardò spasmodicamente intorno, ma stavolta non c’erano animali né creature più o meno bizzarre che ella potesse aver inviato fino a lui. Tolo nin[3], disse ancora. A quel punto il giovane Elfo subitaneamente si mosse, ma non fece che pochi passi avanti a sé prima di realizzare che non sapeva dove andare. Syndrillion aveva detto d’aver portato Lúrien nella sua stanza, nella famosa Camera d’Ambra dove nessuno a parte lei aveva ancora messo piede, e dove era stato profetizzato che la Settima Custode avrebbe concepito il suo primo figlio. Non aveva idea di come poterci arrivare, non era nemmeno sicuro se potesse effettivamente raggiungere un posto simile. Lo stesso Syndrillion aveva accesso solamente al terrazzo, ed aveva soltanto potuto sbirciare oltre i drappi d’oro che ne nascondevano l’accesso l’indescrivibile meraviglia di quel luogo. Mentre rimuginava su questo, fermo a capo chino sempre presso la fontana che incessantemente zampillava sui giocosi maermír, qualcosa venne a gettare la propria immensa ombra su di lui. Era Falathien, una delle bellissime figlie di Syndrillion. «La Signora ti vuol dunque al suo fianco», disse, con un tono mite ma una voce vivace ben diversa dal timbro profondo di Chrystalla, mentre gli offriva la spalla su cui issarsi, e si lasciava graziosamente cadere in planata con lui oltre la balaustrata del terrazzo, spiegando le ampie ali brune dai riflessi metallici. «Dove andiamo?», domandò lui dopo un primo momento di affascinato silenzio. «Noi la chiamiamo il Cuore di Perla», rispose Falathien mentre risalivano un altro bastione ed imboccavano un grande ingresso ad arco, sotto la cui volta il drago atterrò dolcemente e ripiegò le ali sul dorso. «Lo creò un antico Custode di nome Laeron, dalla cui linea discende Alteamas. Bellissimo, a mio avviso, abbacinante quando il sole lo illumina». Proseguirono fianco a fianco percorrendo un lungo colonnato che tagliava a metà, nel senso della lunghezza, un grande giardino di forma ellittica, costellato di formazioni minerali color rosa pesca, di dimensioni notevoli e forme morbide, lucide e levigate. Una piccola mandria di cavallini nani pascolava al sole, qualche esemplare alzò la testa e ruotò le orecchie nel vederli passare, intimoriti forse dalla presenza del Drago, ma non si creò scompiglio di sorta. «Oggi vige la tregua», spiegò Falathien, soffiando dalle narici con un certo sussiego. «Nessuno mangerà nessuno fino alla prossima alba, e sulle colline al tramonto vedrete i grandi fuochi degli Arlamond che banchettano con i frutti di Lothendaloth. La terra ricomincerà a prosperare, ora che l’Orden è tornato a scorrere». Attraversato il giardino il colonnato si biforcava, aggirando un grande padiglione circolare sorretto da sei statue simili a sirene efebiche avviluppate in tralci dalle volute estremamente sottili e regolari. Tra una e l’altra si spiegavano dei grandi drappi color bianco crema, molto leggeri, semitrasparenti, che ondeggiavano ad ogni alito di vento. «Siamo arrivati», disse il Drago. Seguirono il braccio del porticato che si dipanava verso destra, poi Falathien, con un cenno della testa, prese commiato ed il Mago con cautela sollevò un lembo del grande velo che aveva di fronte, per entrare. Effettivamente il candore era assoluto, mitigato dai riflessi perlacei delle sete pregiate e delle superfici lucidate con cura. Vi era una piccola fontana a forma di cigno da cui sgorgava acqua tiepida in una polla a mezzaluna, e dalla parte opposta, adagiata su un grande giaciglio basso composto da cuscini di piume e morbida lana, c’era sua sorella, seminuda e rilassata, che scaricava la massiccia tensione accumulata dalla sua magia. «Lúrien, gwilwileth nín[4]!», esalò, accorrendo ad inginocchiarsi ai suoi piedi. Si abbandonarono ad un abbraccio. Le parti del corpo di lui a contatto con la pelle di lei cominciarono a formicolargli, ma non vi diede peso; capì inoltre immediatamente che la Settima Custode era ancora sotto l’effetto del geis, e non si sorprese di non sentirle pronunciare neppure una parola. Le labbra della ragazza modulavano soltanto note di potere che erano in grado di evocare in lui le diverse sensazioni che lei intendeva trasmettergli, ed in tal modo si scambiarono i primi, più urgenti messaggi: gli Accoliti avevano salda presa in gran parte di Aska, soprattutto nei territori di dominio degli Uomini, poco interessati alle stirpi in declino degli Elfi o alle grandi regge sotterranee dei Nani o degli Gnomi; Kor-Galindir proteggeva e armava la più grande tra le sacche della resistenza, raccogliendo presso la corte di Lord Emeruan la nobiltà esule dei regni che erano caduti nelle mani della Loggia. Loggia che a Dun Dealgan era stata completamente sgominata, e ora le Torri potevano tornare nelle mani dei Maghi in qualsiasi momento. A quel punto Lúrien tornò a distendersi, ed Amandil subito fu chino su di lei; le accarezzò la fronte, le tempie, fece scorrere le dita dalle guance alle spalle, fino a sfiorare il profilo tondeggiante del seno, poco sotto l’ascella. La pelle di lei emanava un aroma che consciamente non avrebbe detto di discernere, ma ne avvertì ben presto gli effetti in tutta la sua persona. Imbarazzato, si ritrasse e cercò di distogliere la sua mente da simili pensieri. La cosa più seria che gli venne in mente fu il futuro dell’Ordine Magico, e conseguentemente quello di Aska intera. «Credi che i Custodi ora si schiereranno al nostro fianco contro la Loggia d’Oro?», domandò, ostentando noncuranza. Lei si sollevò su un gomito, e posò gli occhi su di lui. Le iridi stavano lentamente tornando del loro naturale azzurro intenso. «Il compito dei Custodi era proteggere l’Alto Consiglio», replicò, seppure a fatica. «Ora che esso non esiste più, è venuta meno l’unica cosa che ci accomunava ai Maghi. A dire il vero, muindor nín[5], noi non abbiamo più nulla a che vedere con Dun Dealgan», e fece quindi una breve pausa. «Ma lo sterminio dei…», tentò di ribattere lui, interdetto. Lúrien lo mise a tacere con un cenno della mano. «Syndrillion te l’avrà detto, eravamo fuori di noi. Abbiamo trovato intrusi, abbiamo percepito pericolo, ed i demoni che ci portiamo dentro hanno reagito di conseguenza. Ma se vuoi di nuovo l’Orden dalla tua parte, dovrai ricostruire le condizioni del Giuramento, e confidare negli Dei». Il kaelith non rispose subito. Abbassò lo sguardo, sfiorandosi le labbra con il pollice. «I Custodi non ci appoggeranno», disse. «Ma mia sorella? Lo farà?». La Settima Custode sorrise. «Se ne può discutere…». November 10 :: Il Risveglio - Nona Parte ::Attraverso il velo del geis, il corpo di Syndrillion non era che una massa calda e luminosa sotto di lei. Se osservava con più attenzione poteva vedere scorrere le sue correnti vitali sotto forma di scie brillanti che attraversavano i suoi centri di potere. I loro pensieri si intrecciavano e si scambiavano, il Drago esplorava la mente della Custode soffermandosi sulle immagini vorticose del suo risveglio senza preoccuparsi di celare la propria preoccupazione, ed al contempo Lúrien sfogliava distrattamente i ricordi della creatura, lasciandosi tranquillizzare dalle immagini della sua Lothendaloth. Fino a che incespicò in brandelli di memoria inattesi, anche se tutt’altro che imprevisti: il grande Drago color smeraldo, Evohe, Anduril di Shara. Il suo stomaco ebbe una dolorosa torsione, e Syndrillion se ne rese facilmente conto. «Mi stupiva il fatto che non pensassi a lui», osservò, ma le sue parole si dispersero al vento senza ottenere risposta. Volavano rapidissimi lungo le creste dei monti Bendannor che l’alba tingeva di rosa, ed il freddo e la stanchezza ammutolivano i Custodi, intorpiditi. Lúrien emise un sospiro sofferenze, con la lingua si sfiorò i lunghi canini acuminati, raccogliendo ancora sapore di sangue. Non profferì parola. Era come se avesse preso tutto ciò che nella sua testa riguardasse Anduril, l’avesse chiuso a chiave in un baule ed ora stesse a guardare questo baule perfettamente conscia di quello che conteneva, combattuta tra il desiderio di sbirciarvi dentro oppure lasciarlo così com’era rimasto per tutti quegli anni. L’ultima volta che l’aveva visto era riuscita ad estorcergli la promessa che una volta separati lui avrebbe pensato a rifarsi una vita; se ciò era avvenuto, lei non era sicura di volerlo sapere. Se Anduril era riuscito a fare a meno di lei quasi certamente sarebbe stato meglio per entrambi che le cose restassero com’erano. «Mai come ora avresti bisogno di lui», s’intromise Syndrillion interrompendo il mesto flusso dei suoi pensieri. «Evohe inibiva il tuo Orden con la mera presenza fisica. Quando eri con lui, la Settima Custode lasciava spazio alla fanciulla Elfa che è Lúrien… in questo momento il tuo Dono ti sta soverchiando, non hai la forza di tenerlo a bada. Lui ti sarebbe di enorme aiuto, fino a che non ti sarai rimessa». In quelle condizioni lei non era in grado di articolare un suono intelligibile da un orecchio fisico, si limitò pertanto a continuare il suo ragionamento e permettergli di esserne spettatore. Anduril era dilaniato dall’amore per lei, ne era consumato, e mai sazio. Tutto questo lo frustrava, e tormentava lei che non riusciva a conciliare la sua duplice natura di essere umano e di simil-demonio. Si sentì improvvisamente spossata, e la cogitazione si confuse mentre rievocava con grande distacco le immagini dell’ultima volta che avevano giaciuto insieme, e Anduril gridava la sua sofferenza graffiandole le spalle ed il seno come se gliela stessero strappando dalle mani. Tra Lúrien e quei ricordi s’ergeva ora una soffice, torbida barriera che le impediva di provare del coinvolgimento, come se non fosse lei ad aver vissuto quegli attimi, una protezione che s’era eretta da sola per sottrarsi alle emozioni violente che sovralimentavano l’Orden pressoché vanificando anni e anni di disciplina ferrea. Le alte torri bianche di Lothendaloth svettavano in lontananza, era come se i suoi confini, ormai molto prossimi, emanassero una fragranza rilassante, che le fece accantonare ogni altra cosa. Chiuse gli occhi, e nella luce dorata del primissimo mattino le sembrò di essere ritornata nella Camera d’Ambra. Amandil e Keltion, e tanti altri, erano rifugiati lì… si chiese come ci fossero riusciti. Certo, da quando il Muro, la grande barriera magica che isolava la reggia dei Custodi dal resto del mondo, era stato dissolto, quel luogo di potere non era certo invisibile né inviolabile; tuttavia la maggior parte degli sventurati che osavano mettervi piede andava incontro ad un destino triste, preda dei Pooja delle paludi o dei grandi lupi, signori incontrastati delle foreste che cingevano i confini di quella terra. Di sicuro nessuno prima di allora era riuscito a metter piede nel palazzo. «Evohe li ha fatti passare», rispose Syndrillion. «E Chrystalla ha vegliato su di loro quando se n’è andato per difendere Shara dagli Accoliti». Anche Shara era caduta sotto l’egida della Loggia d’Oro? Lúrien era sorpresa e vagamente preoccupata. Gli Accoliti s’erano insidiati abilmente in tutti i fulcri del potere magico, temporale e spirituale di Aska, Shara doveva essere stata un obiettivo ambizioso, essendo la città più grande e prosperante dell’intero continente. Come aveva potuto Anduril permettere che accadesse? «Non so che risponderti», disse gravemente il drago dorato – e probabilmente avrebbe scosso il capo se avesse potuto. «Di lui non abbiamo notizie dal giorno che aprì per i Maghi un varco attraverso queste lande. Ma sappiamo che Shara è nelle loro mani, e per quanto mi riguarda i casi possono essere due solamente: o l’hanno convertito alla loro causa…» Era altamente improbabile, per non dire impossibile, protestò Lúrien con veemenza. Anduril non coltivava buoni rapporti con l’Ordine Magico – per quanto vi fosse strettamente connesso – ma non avrebbe mai permesso che a Shara – nella sua Shara – attecchisse il genere di politica della Loggia d’Oro. Non avrebbe mai permesso a nessuno di mettere mani indegne sulla corona che cingeva il capo di suo padre. «…o l’hanno sopraffatto». Morto? La ragazza sentì una stilettata d’angoscia in pieno stomaco, il dubbio fu atroce. «No, non morto. Evohe è legato a me dal Vincolo della Rupe, ce ne saremmo resi conto. I Maghi dicono che la famiglia reale di Shara è fuggita ed ha trovato rifugio presso gli Elfi di Kor-Galindir, è plausibile che si trovi lì anche lui». La Settima Custode non era convinta, ma accantonò il pensiero nel momento in cui le possenti zampe di Syndrillion si poggiarono sui mosaici del grande terrazzo della Camera d’Ambra. October 06 .:: Il Risveglio - Ottava Parte ::.Un lungo ululato squarciò il silenzio della notte, levandosi dapprima solitario, poi altri ne furono intonati nel cuore della foresta. Amandil si mise faticosamente a sedere. Il fuoco languiva davanti a lui in poche sparute fiammelle che ancora lambivano tizzoni di brace incandescente. Non era il solo ad essersi destato, comunque. Keltion, vicino a lui, giaceva supino, con gli occhi aperti, in ascolto, e come lui anche molti altri. Poi qualcuno cominciò a bisbigliare. C’era stato un attimo in cui il kaelith bianco aveva creduto di udire un lieve schiocco, come se uno spago teso all’interno della sua testa, da un orecchio all’altro, si fosse spezzato per l’eccessiva trazione; e poi tutta Lothendaloth a poco a poco s’era svegliata, e ancora si stava svegliando, e oltre il loro Anello di Guardia i suoi abitanti abbandonavano le loro occupazioni – che fossero dormire, o cacciare, o anche semplicemente girovagare per i lussuosi corridoi deserti del palazzo vero e proprio – e si riunivano sotto la volta stellata del cielo levando teste, musi e becchi all’aria che portava loro un messaggio quanto mai chiaro. «Può essere…?», esclamò a quel punto il giovane Mago Elfo balzando in piedi e raggiungendo frettolosamente il terrazzo. Ad oriente il blu quasi nero del cielo stava già sbiadendo, rischiarando il profilo frastagliato dell’orizzonte, nitido nell’aria tersa del primissimo mattino. Egli si sporse dalla balaustra bianca, guardò in basso verso la gola di roccia, dove un grande serpente dalle scaglie bronzee stava strisciando fuori dalle tenebre del suo anfratto per andare ad arrotolarsi attorno ad uno spuntone di roccia. Per un lungo istante Elfo e rettile incrociarono i loro sguardi, e come già era avvenuto sovente in passato, il Mago vide lo sguardo vivace della sorella riflesso in quello dell’animale. Stai bene, sentì la voce di Lúrien nella sua testa, dolce e sottile come un refolo di vento. Non era una domanda, era una considerazione fatta con sollievo, lei era tornata ed era stata in pena per lui, ma presto si sarebbero ricongiunti, Syndrillion l’avrebbe riportata a Lothendaloth dove tutti oramai stavano in fremente attesa del ritorno dei loro Signori. Si sentì la testa leggera, il cuore gli martellava nel petto con tanta foga che credeva di vederne il battito furioso anche attraverso i vestiti. Keltion lo scosse, ridacchiando. «È quel che penso io?», gli chiese, con una certa premura. Amandil annuì. Tornò a cercare lo sguardo del serpente, ma questi, assolto il suo compito, era strisciato via tra le rocce umide. Si strinse nelle spalle. Tutt’ad un tratto il vociare concitato dei Maghi si zittì. Colpiti dall’improvviso silenzio, i due kaelith si volsero indietro, nel momento esatto in cui faceva la sua austera comparsa la bellissima Chrystalla, sotto sembianze umane. Era molto alta, snella, dalla pelle color rosa pesca ed un viso dai tratti sottili, affilati, incorniciati da lunghi capelli rossi. Aveva occhi piccoli, dalla forma allungata, un poco obliqui, che le conferivano un’espressione del tutto particolare, ammaliante, e decisamente poco umana. L’aura di potere che emanava era quasi opprimente. Chrystalla era un Drago, era la compagna di Syndrillion, e nonostante l’aspetto deliziosamente giovanile era vecchia quanto Lothendaloth; da quando i Maghi avevano trovato rifugio presso la dimora dei Custodi, s’era presentata a loro solamente due o tre volte, sempre di passaggio, quasi a volersi sincerare delle loro condizioni, e mai in forma umanoide. Era una matriarca mite, dalle squame color oro rosso, il collo lungo e sinuoso ed il corpo sottile. Solamente Amandil l’aveva già vista in quell’aspetto, perciò fu il primo a riconoscerla e a farsi avanti per riceverla con un minimo di cerimonia. Lei sorrise affabilmente. «È un gran giorno per voi», disse, con voce molto profonda, dal timbro quasi asessuato. «È venuto veramente il tempo per i Maghi di ritrovare infine una coesione e reclamare indietro loro domini». «Che cos’è accaduto?», si levarono a quel punto alcune voci piuttosto titubanti, dei Maghi che avevano fatto ala attorno a loro. «Chi ha risvegliato i Custodi? Cos’è successo a Dun Dealgan?». Chrystalla si guardò attorno, seria e greve in viso. «Come alcuni di voi sapranno, il Sigillo che imprigionava i Custodi era vincolato alla vita di colui che l’aveva creato, Lord Graydon, Primo Mago Rosso. Per questo motivo la Loggia d’Oro permise che Lord Xantios e Lord Dorvar fossero assassinati, ma preservò il Mago Neutrale. Fino a che costui non ha compiuto una scelta dolorosa ma provvidenziale, togliendosi la vita, e spezzando il Sigillo». A quel punto fece una breve pausa, e quando riprese a parlare lo fece con voce più alta, perché tutti potessero udirla chiaramente, benché si rivolgesse di fatto ad Amandil e Keltion, che la fronteggiavano. «Si tratta di un risveglio anomalo. I Cinque sono confusi, difficilmente controllabili, le loro percezioni sono distorte, la loro coscienza intorpidita, i loro istinti li bruciano come vampe. Dun Dealgan questa notte è stata teatro di un immane massacro, io l’ho visto attraverso gli occhi del mio compagno e dei miei figli, l’Orden ha mezzo divorato i suoi stessi involucri di carne e sangue…», e nel dir questo alzò le braccia al cielo, facendo frusciare le ampie maniche della lunga tunica serica che indossava, creando un’immagine dai contorni nebulosi sopra di sé, per mostrare a tutti quanti ciò che le era stato permesso di vedere. C’era Caindran, seminudo, fasciato stretto in tralci e squame di durissima corteccia scura, con foglie e lunghe spine di rovo fra i capelli, stravolto dalla fatica e dalla confusione, e Alteamas poco dissimile da lui, coperto di piastroni di roccia e metallo, lo sguardo vacuo. La più impressionante tuttavia era Lúrien, la cui pelle era in gran parte ricoperta da squame cangianti e lunghe zanne ferine sporgevano dalle labbra solitamente tanto desiderabili; il suo sguardo spiritato ebbe il potere di farli trasalire persino attraverso le nebbie delle visione. A quel punto Amandil si sentì pieno d’angoscia. September 02 :: Il Risveglio - Settima Parte ::Ad un certo momento l’aria era come diventata immobile, Lúrien la sentiva quasi compattarsi attorno a sé. Si sollevò dal corpo che aveva appena sbranato, insospettita, grondando sangue non suo che le scorreva in rivoli color rubino cupo sul fisico che perdeva mano a mano le originarie fattezze umane, assecondando la sua bestialità senza controllo. Gli Accoliti erano riusciti a riorganizzarsi attorno a loro racchiudendoli in un cerchio magico costituito dall’energia vibrante che saliva dalle loro persone mentre intonavano in coro una nenia mistica di inaudita potenza, al fine di contenere la furia distruttiva dei loro assalitori. La ragazza sentì il tonfo pesante di Alteamas, dagli arti di roccia e metallo, mentre il Custode si lasciava cadere seduto a terra, come intontito. Si fregò una mano – ormai non molto dissimile da una zampa felina – sulla bocca e sul mento, e con una postura eretta piuttosto azzardata avanzò lentamente verso il perimetro della circonferenza che ondeggiava davanti a lei liquida e cangiante come una bolla. Gli Accoliti, spaventati, cantarono più forte; alcuni di loro chiusero gli occhi, già preparati al peggio, ed erano tutti impauriti, più o meno vacillanti, sconvolti dalla devastazione che i Cinque Custodi appena risvegliati erano stati in grado di generare al loro passaggio. La risata argentina, e beffarda, di Randirdèion si levò a quel punto sul cacofonico cantilenare, un attimo prima che la furia del ragazzo si abbattesse sulla parete. Lo spostamento d’aria li sbalzò verso il centro di qualche metro, Vainamaari e Caindran si urtarono violentemente e si rivolsero l’un l’altro una sorta di ruggito inumano di fastidio prima di rialzarsi se possibile ancor più furibondi di prima. Il cerchio, però, aveva resistito al primo assalto, rinfocolando un poco le speranze dei membri della Loggia d’Oro. Lúrien li scrutò, con tutta la ricettività di cui poteva disporre in quel momento, e capì in che modo fossero riusciti a sopraffare l’Alto Consiglio; la comunità Magica negli ultimi tempi era sempre stata indebolita da forti contrasti interni fra i tre Ordini, mentre la Loggia d’Oro assomigliava molto ad un ordine monastico con membri devoti e dediti al bene della collettività più che al progresso personale. La loro incredibile potenza risultava da questa pressoché perfetta coesione, mentre le loro voci e le loro energie s’innalzavano all’unisono contro di loro. La Settima Custode – come avevano continuato a chiamarla anche dopo la morte di due dei Sette – in piedi, fronteggiando un giovane uomo dall’espressione contratta che di quando in quando azzardava aprire gli occhi per sbirciare la sua immagine distorta dalla barriera magica, rifletteva sul da farsi e raccoglieva le energie. Poco discosto, Vainamaari brandiva il Kael’galendath stretto in una morsa di ghiaccio in perenne e continua sublimazione, da cui si levavano suggestive volute di vapori, e la osservava, in attesa del momento più propizio per sferrare il decisivo attacco che avrebbe sbriciolato anche le ultime resistenze. Per quanto potenti, neanche quei formidabili Accoliti avrebbero potuto resistere ad un colpo sferrato simultaneamente da tutti e cinque. Infine la ragazza si mosse. Fulminea, si scagliò contro il muro magico con il braccio destro proteso in avanti, le dita arcuate e irrigidite terminavano in cinque lunghi artigli color avorio, e con quelli artigliò il suo ostacolo. L’onda d’urto stavolta fu decisamente più violenta, Caindran conficcò radici acuminate nel pavimento, divellendone i piastroni, per tenersi in equilibrio. Gli unghioni di Lúrien si conficcarono nella parete come fosse carne cruda, l’attraversarono da parte a parte facendola prima vacillare e poi sgonfiarsi ritirandosi su se stessa con un rumore molto simile ad un risucchio gorgogliante. Vainamaari per primo la scavalcò, per falcidiare gli ultimi superstiti. August 20 :: Il Risveglio - Sesta Parte ::Keltion stava rientrando al suo alloggio quando scorse la figura di Amandil ferma presso una delle grandi fontane dai ricchi mosaici che si trovavano all’interno del loro Anello di Guardia. Dopo un breve momento di indecisione, lo raggiunse. Si trovavano su un ampio terrazzo semicircolare affacciato su una gola rocciosa stretta e poco profonda da cui giungeva il gorgogliare vivace di diverse cascatelle, ed i versi modulati di qualche piccola creatura nascosta fra le ombre fitte della vegetazione ancora rigogliosa. Il kaelith bianco sostava presso la balaustra e guardava lontano, verso ovest, in direzione degli alti picchi sui cui nidificavano i Draghi di Lothendaloth. Si accorse dell’approssimarsi dell’amico, ma non si voltò per vederlo arrivare; soltanto quando gli fu accanto, gli rivolse un accenno di sorriso. «Non pare anche a te che le Correnti stasera siano piuttosto turbolente?», disse. «E quando mai non lo sono, negli ultimi anni?», rispose il kaelith rosso, amichevolmente. Sogghignò, scuotendo la testa castana. «No, capisco che vuoi dire. Anche le bestie qui stasera sono irrequiete. Poco dopo il tramonto Syndrillion ed alcuni fra i suoi figli hanno lasciato i loro nidi diretti a sud, oltre i confini di Lothendaloth. I grandi lupi stasera non cantano alla loro Madre Luna, ci dev’essere qualcosa che loro ancora riescono a sentire». L’altro si limitò ad annuire. Rimasero in contemplazione della bellezza selvaggia dell’immensa reggia dei Custodi, Lothendaloth, poi si ritirarono per ricongiungersi ai loro compagni attorno al grande fuoco che dal momento del loro insediamento bruciava nel grande Salone delle Statue. Delle sette statue che dalle loro vertiginose altezze parevano sorvegliare il manipolo di Maghi, due s’erano sgretolate molto tempo prima, alla morte di coloro che rappresentavano. Amandil, seduto a gambe incrociate nella calda luce arancione del fuoco, cercò di figurarsi il potente Lord Mendalath, allora a capo dei Custodi. Doveva essere stato un uomo estremamente affascinante se Lúrien ne era stata innamorata. «Continui a rimirare quella scultura monca», vociò uno dei pochi Maghi neri rimasti. «Raccontaci qualche storiella sui Custodi», lo esortò, con un sorriso sinistro, mentre cambiava posizione per disporsi meglio all’ascolto, e al suo dire l’attenzione generale dei presenti convergeva su di loro. «Se non li conosci tu, chi altro può dirci altrettanto?». Amandil fece una smorfia, ricordare era faticoso e per nulla piacevole. «Mia sorella non è un fenomeno da baraccone», protestò a denti stretti. Si convinse a pensare che chiunque, con le doti e l’educazione che aveva ricevuto Lúrien, sarebbe potuto diventare come lei. Nessuno la conosceva come la conosceva lui, come la conoscevano suo fratello Eldarion, o Dervorin, o Anduril di Shara che ne era stato l’amante. Per loro era una sorta di semi-divinità incredibilmente seducente, intrisa del fascino selvatico di una tigre ed altrettanto intrigante e pericolosa… se le statue di Lord Mendalath e Lord Thaladus erano ridotte per la gran parte in briciole, era opera sua. Avevano cercato di prendersela con la forza. August 18 :: Il Risveglio - Quinta Parte ::Era tutto molto silenzioso. Troppo silenzioso, avevano notato tutti e cinque pur senza esplicitarlo ad alta voce. «Forse questa non è Dun Dealgan», azzardò Alteamas. Stavano risalendo una scala a chiocciola piuttosto larga ed agevole, ma nonostante avessero anche potuto camminare affiancati continuavano a procedere in fila indiana, Caindran in testa a governare la sfera di luce verdognola che rischiarava loro il passo, Vainamaari in coda ancora immerso in un preoccupato silenzio. «Che sia Dun Dealgan o meno, questa è la terra dove Dun Dealgan sorgeva», rispose Lúrien brevemente. Affine sopra ogni altro Custode alla vita animale, la ragazza Elfa coltivava gli istinti primitivi delle bestie più selvagge, e sotto le suole dei suoi stivali il terreno vibrava ed odorava in maniera assai familiare. Non nutriva il minimo dubbio su dove si trovassero, nonostante i postumi del lungo letargo. Varcarono una prima porta, immettendosi nel lungo cunicolo su cui si affacciavano le stanze adibite a magazzini. Davanti a loro il corridoio descriveva una curva molto ampia di quasi trecentosessanta gradi, prima di riprendere a salire; ritrovarono la caratteristica struttura a spirale con cui erano state erette le Quattro Torri della Magia e questo in qualche modo ebbe il potere di confortarli definitivamente. «Dev’essere notte fonda», osservò a mezza voce Randirdèion, guardandosi attorno, mentre sottili refoli d’aria gli portavano al viso nuovi odori più pungenti di cibo e persone. Lungo tutto il piano su cui ai tempi dell’Alto Consiglio alloggiava la servitù – e dove i Maghi più giovani sovente si riunivano per proprio conto per celebrare le feste stagionali alla loro clandestina maniera – regnava un insolito ordine. Tentarono di aprire manualmente qualche porta, ma per lo più erano chiuse e quelle che non lo erano davano su stanze in cui erano stipati esclusivamente generi alimentari. Procedettero per diversi minuti ancora, nel più assoluto e rigoroso silenzio, fino a quando non udirono distintamente dei passi venir loro incontro, passi che poco avevano di umano, era un rumore sottile di zampe soffici e di unghie che ticchettavano sul pavimento. Nessuno di loro se ne sorprese, da tempo immemorabile l’Alto Consiglio prendeva a servizio famiglie di coboldi per farne dei guardiani, dei magazzinieri, dei giardinieri. Svoltato l’angolo, del tutto ignara della presenza dei Custodi, la disgraziata creatura si ritrovò addosso tutt’a un tratto tre paia di mani dalla stretta sovrumana; si divincolò spasmodicamente per un momento, ma fu sufficiente mettere a fuoco le fattezze dei suoi aggressori perché il panico lasciasse il posto ad un incontenibile stupore. Caindran gli liberò la bocca. «Alti Signori!», boccheggiò l’umanoide dalle fattezze canine. Aveva grandi occhi color nocciola sgranati dalla sorpresa, che dardeggiavano irrequieti sui cinque visi raccolti attorno a lui. «Sia ringraziato il cielo, voi vendicherete l’Alto Consiglio…». «Che cos’è successo?», lo interrogò Alteamas, a bruciapelo, imponendosi sui suoi compagni. «Per quanto tempo siamo rimasti addormentati?». «Più di tredici lunghi anni, Alto Signore», s’affrettò a rispondere il coboldo, in tono quanto mai accorato. «La notizia della vostra scomparsa s’è diffusa rapidamente, e dal Sud è giunto un potente esercito di fanatici chiamati Accoliti d’Oro che ha spodestato l’Alto Consiglio e ne ha preso il posto… sono estremamente potenti, Alti Signori, e molto numerosi! A Dun Dealgan ora non resta un solo Mago, e in tutta Aska essi vengono cacciati e imprigionati, qualora non addirittura uccisi. Chi non è riuscito a mettersi in salvo è andato incontro ad un terribile destino! Lord Xantios, Lord Dorvar, e come loro quasi tutti gli altri membri del Consiglio ed i Maghi valorosi rimasti a difendere i propri domini…». Caindran distolse momentaneamente l’attenzione dai concitati discorsi del coboldo per alzare gli occhi castani su Lúrien. Sapeva di suo fratello e temeva che potesse essere rimasto ucciso, ma l’avvenente volto della Signora del Serpente era totalmente inespressivo, probabilmente neppure lei stava più prestando orecchio alle parole del servo. «…solamente noi siamo rimasti, perché lor signori ben sanno che oggigiorno la mia gente non avrebbe vita facile oltre i Cancelli. Non è sicuro per voi restare qui, ora, dovreste mettervi in contatto con le sacche di resistenza…». Vainamaari allontanò il coboldo da sé con un gesto sprezzante, e furibondo passò oltre. Il lungo Kael’galendath si materializzò fra le sue mani, e lo vibrò con un gesto secco contro la porta chiusa che conduceva al piano superiore, mandandola fragorosamente in frantumi. I suoi compagni, chi più chi meno convinto, gli tennero dietro, desiderosi di un primo faccia a faccia con la Loggia d’Oro. Lúrien aveva in viso una smorfia quasi di scherno. «Seguiterai a sbriciolare portoni fino a che non avrai la loro attenzione?», azzardò allorché il compagno si sbarazzò di una seconda porta. A quel punto un drappello di Accoliti armati, in turno di guarda, giunse a sbarrar loro il passo. Non ebbero neppure il tempo di intimare ai cinque Custodi di arrestarsi; Caindran, in un impeto di violenza, li avviluppò in un turbine di fiamme che ne divorarono i corpi in pochi secondi, tra le loro grida strazianti. Il fetore di carne bruciata e metallo incandescente ferì le narici della ragazza, dandole alla testa, suscitando nella sua mente i ricordi tormentosi delle cruente battaglie combattute contro il Signore Notturno al fianco dei suoi fratelli e di Anduril di Shara. Si lamentò prepotentemente, scoprendo i denti come una lupa ringhiante. Un debolissimo barlume della sua coscienza umana le fece balenare l’idea che il loro prematuro risveglio, dovuto alla morte di Lord Graydon piuttosto che al corretto scioglimento del sigillo che li teneva addormentati, stesse rivelando in quel modo le sue funeste controindicazioni. Non ebbe tuttavia modo di soffermarsi con la debita attenzione su quel provvidenziale ma troppo debole segnale di pericolo; quando accorsero altre guardie, più numerose, e con loro altri Accoliti pronti ad adoperare la loro strana magia cerimoniale, tutto ciò che seppe comunicarle il suo Orden fu un devastante bisogno di sangue. August 17 :: Il Risveglio - Quarta Parte ::Lord Coreth, Gran Maestro della Loggia d’Oro, fu svegliato nel cuore della notte da un bussare veemente alla porta dei suoi alloggi. Inveì contro gli Accoliti preposti alla sorveglianza dei suoi appartamenti, poi s’avvolse in un’ampia vestaglia verde cupo dai riflessi cangianti e si recò all’ingresso; grande fu a quel punto la sua sorpresa quando si ritrovò davanti il Venerabile Werrawyn palesemente fuori di sé. L’anziano Accolito si tormentava penosamente le mani facendo ticchettare i numerosi anelli con cui ornava le dita gli uni sugli altri, e quando il Gran Maestro lo esortò a prendere posto su uno scranno appresso al caminetto, esitò piuttosto a lungo, saettando con lo sguardo tutt’attorno senza saper trovare pace. Sovente i suoi occhi andavano ansiosi oltre le vetrate di alabastro che s’affacciavano sui magnificenti giardini antistanti Dun Dealgan, rischiarati da lumi d’argento lungo i viali di pietra bianca, ma non anima viva li popolava a quell’ora della notte ora che nessun Mago più dimorava entro i suoi bastioni. «Lord Graydon è morto, Eminenza», esalò infine. Lord Coreth stava versando un cordiale color ambra in due calici di cristallo per sé e per il confratello, e nella sua mano la bottiglia intarsiata tremò vistosamente. «E com’è potuto accadere, di grazia?», volle sapere, dominando magistralmente i suoi turbamenti. Il Venerabile scosse il capo. «A quest’ora i Custodi si saranno già risvegliati, ed è probabile che si recheranno qui non appena saranno nelle condizioni di farlo. Animati da quale spirito, questo vorrei davvero saperlo…». Levò gli occhi chiari al suo superiore. «In ogni caso, io reputo più sicuro che voi lasciate immantinente Dun Dealgan, Eminenza. Prendete un grifone, raggiungete il Venerabile Fendamas ed il suo Tempio a Shara questa notte stessa, vi giungerete alle prime luci dell’alba». Il Gran Maestro guardava fisso nel suo calice e non parlava, vagliando la proposta senza dubbio assennata del suo interlocutore. «Voi verrete con me, Maestro Venerabile», disse. «Voi, e il Maestro di Cerimonia Tigor. Radunate in fretta i vostri effetti personali, confratello, partiremo con il massimo riserbo possibile. Dun Dealgan non è sicura per noi. Vi faremo ritorno non appena le acque si saranno calmate». :: Il Risveglio - Terza Parte ::Per diversi, lunghi minuti nessuno di loro parlò, né si mosse. A malapena si guardavano gli uni con gli altri, confusi. Fu Randirdèion, alla fine, il primo a riaversi. «Dobbiamo andarcene da qui». Vainamaari lo guardò con aria scettica; attorno al giovane Signore del Vento già incominciava a turbinare una brezza leggera che gli portava alle narici l’odore di umido e di chiuso, e gli agitava irrequieta i riccioli bagnati. «Non capite?», insisté, «Guardatevi attorno: non c’è nessuno, questo vuol dire che il nostro risveglio non era atteso, probabilmente nemmeno previsto». «Potrebbe essere accaduto qualcosa a Lord Graydon», azzardò Lúrien. Era piuttosto provata, tesa e diafana di colorito, ma era nuda ed era bella come lo era sempre stata. Il ragazzo si sorprese a scrutarne inopportunamente la figura, ed arrossì, distogliendo repentinamente l’attenzione. «In ogni caso non intendo trovarmi ancora qui se e quando si accorgeranno che non siamo più conservati sotto spirito», sbottò, sollevando un poco il mento con aria sprezzante. «Non intendo farmi sigillare un’altra volta». Quindi, allorché sentì che l’Orden si rimescolava al sangue circolando ora regolarmente nel suo organismo, si portò la mano destra aperta sul petto, e rievocò per sé l’abito Askara, l’uniforme rosso-dorata dei Custodi. Uno dopo l’altro, i suoi compagni lo imitarono. All’improvviso qualcosa sopra di loro perturbò violentemente le correnti magiche che scorrevano placide attorno a loro fino ad un momento prima. Lo avvertirono fin nelle ossa, come un’enorme massa d’acqua che si sollevi inarcandosi su se stessa risucchiando ogni cosa; salì e ricadde con un boato muto, assordante per il loro orecchio allenato. Si sentirono premere contro il pavimento, il loro Orden ancora intorpidito ebbe un brusco e doloroso risveglio; Lúrien gemette di dolore e prima ancora che potesse opporvisi era passata al primo grado dell’askara. Alteamas l’afferrò per le spalle e la scrollò con energia, per impedire che il geis la privasse della vista. La ragazza si riebbe in fretta, ed altrettanto rapidamente l’onda magica scemò lasciandoli senza fiato per la sorpresa e lo sgomento. «Mi sembra evidente che qualcosa non va come dovrebbe», disse Vainamaari rassettandosi le maniche dell’ampio soprabito color rubino. «E questo spiega molte cose». «Non è Magia di Dun Dealgan, né di Lothendaloth», osservò Alteamas, addirittura divertito. «Proporrei una sortita ai piani superiori». «Idiozie, siamo ancora troppo deboli!», ribatté Randirdèion. «Ma siamo tutti e cinque», interloquì Lúrien, il cui pensiero ora correva al fratello Amandil, kaelith bianco ai tempi del loro ultimo addio, e all’amico Keltion, a cui l’Alto Consiglio aveva promesso la carica di kaelith rosso. Per quanto tentasse di avvertirne la presenza, sfruttando gli stralci del geis che le acuivano le percezioni dei Piani Superiori, ella non era in grado di rintracciare alcunché nel raggio di diverse miglia e questo la portava ad inquietarsi. :: Il Risveglio - Seconda Parte ::«Respira, coraggio». Quella specie di viscoso liquido amniotico le pungeva nelle narici, in punti imprecisati dietro la fronte, dietro la nuca. Tossì, soffiò dal naso quel che poteva, a grandi boccate portava aria ai polmoni intorpiditi. Era tutto buio attorno a loro. Vagamente cosciente di una voce a lei conosciuta, si sbilanciò dal lato dove credeva di sentirla scaturire e le sue mani scivolarono sulle spalle nude di uno dei suoi compagni. Le braccia di lui la cinsero, la sorressero mentre malferma sulle gambe cercava di riconquistare la postura eretta. «Caindran!», chiamò. «Sono qui», le rispose, sfiorandole la testa. «Siamo tutti qui». Poi qualcuno fece luce, e poterono vedere i loro stessi corpi nudi, traslucidi e pallidi come cadaveri, raccolti ai piedi delle loro cinque prigioni mandate in frantumi. La soluzione che li aveva tenuti in vita ancora tracimava dai bordi frastagliati del vetro infranto delle grandi bocce, colando come bava dalle zanne di un mastino. Dalla loro pelle invece evaporava in fretta, lasciando il posto ad un freddo pungente. A Lúrien dolevano gli occhi. La luce, per quanto fievole, era per lei una manciata di minuscoli spilli conficcati nelle palpebre serrate. Nascose il viso contro il collo di Caindran, che la reggeva con la dolcezza di un amante, e cercò di far chiarezza nella sua mente. Cos’era accaduto? C’era stato un grande processo. L’Alto Consiglio della Magia aveva decretato che i Custodi rappresentavano un’aberrazione delle correnti naturali della Magia, un pericolo per l’intera Aska ed i suoi abitanti. Imprevedibili, incontrollabili. Potenti come Dei ma fallaci come uomini. A Lord Graydon, loro referente presso l’Alto Consiglio nonché strenuo difensore della loro causa persa da principio, era spettato il compito di sigillare i cinque Custodi dell’Orden in una camera remota degli sconfinati sotterranei di Dun Dealgan. Quello che Lord Werrawyn, e come lui le alte sfere della Loggia d’Oro, bramava era sempre stato alla portata della sua mano. Randirdèion Mano del Vento giaceva raggomitolato su un fianco, di quando in quando lamentandosi flebilmente mentre i suoi muscoli si risvegliavano dal lungo sonno. Accanto a lui, Vainamaari del Ghiaccio, in silenzio, coricato supino sulla pietra irregolare del pavimento, anche lui assorto in pensieri gravosi. Alteamas, Sentinella delle Rocce, guardava i suoi capelli, un tempo color nero corvo, diventati ora grigio-bluastri. Anche le chiome e le barbe dei suoi compagni s’erano sensibilmente sbiadite, Lúrien color biondo oro aveva una fluente cascata di capelli candidi, Caindran e Randirdèion, rossicci, differivano di poco; Vainamaari invece i capelli bianchi li possedeva da sempre. August 16 :: Il Risveglio - Prima Parte ::C’era una calma innaturale, sospesa nel corridoio all’altezza delle sue tempie affaticate, e c’era piuttosto freddo, l’estate declinava anche per le regioni meridionali. Lord Werrawyn, Maestro Venerabile della Loggia d’Oro, s’accinse a compiere l’ultima visita giornaliera al suo nobile prigioniero, segregato nei sotterranei di quella che un tempo era la gloriosa reggia di Dun Dealgan. Le guardie di sorveglianza alla cella gli rivolsero un cerimonioso inchino, sferragliando nelle inutili armature a piastre che indossavano, a cui il Venerabile rispose con un frettoloso cenno della mano. «Il mago quest’oggi è silenzioso», osservò uno dei soldati, facendo scricchiolare le giunture del collo. Lord Werrawyn si sfilò il mazzo di chiavi dalla cinta. «Non temete, Venerabile, che si lasci morire d’inedia?», gli fece eco l’altro, occhieggiando sospettoso i movimenti fluidi con cui l’Accolito faceva scattare la serratura. Questi ridacchiò. «Gli Elfi tengono la vita in grande considerazione, essa è un dono elargito loro dal divino», spiegò, con l’indulgenza che solitamente riservava ai propri giovani neofiti. «Non si arrogano pertanto il diritto di privarsene volontariamente. Quando giunge il momento del trapasso, cedono le loro esistenze a chi gliele ha concesse, non prima». La porta della cella si aprì su un ambiente angusto di forma circolare, con un pilastro conico tronco nel mezzo, a cui erano fissati degli anelli metallici sguarniti di catene, mai realmente adoperati. Un moccolo di cera giallastra alto circa mezza spanna creava la sua lunga ombra, e nell’ombra si rifugiava la sagoma appena discernibile del Primo Mago Rosso, Daenidd Graydon. «Tramonta con oggi la luna dell’equinozio», esordì il Maestro Venerabile muovendo i primi passi all’interno della stanza. «La notte di Hual’tacht saranno trascorsi dodici inverni da che la tua ostinazione al silenzio ti ha condotto a questa miserabile esistenza reclusa, Daenidd, Supremo tra i Neutrali». Fece una breve pausa, spingendo il suo sguardo, invero ormai reso fioco dall’età, fin dove la cortina di tenebra gli consentiva di scorgere il volto immoto del suo interlocutore. «Suvvia, ancora non intendi rivelarmi dove hai nascosto i tuoi preziosi Custodi?». Lord Graydon giaceva immobile, non più il minimo alito di vita pervadeva il suo corpo martoriato dalla lunga prigionia. Diversi metri sotto di lui, Caindran, il Domatore di Piante, tornava a sentire l’aria empirgli il petto. June 26 VeRgOgNaNdOsI dI eSsErE uOmInIPersonalmente ho poco o nulla da dichiarare, e quel poco che avevo sta sul mio blog. June 04 .:: PuBbLiCiTà ::.Stavamo parcheggiati nella piazzetta del mercato rionale, erano da poco scoccate le dieci e Lui aveva appeso il suo giubbotto allo specchietto retrovisore perché la luce gialla di un lampione gli dava fastidio agli occhi. Avevamo reclinato i sedili all'indietro. Poco distante la parrocchia di quartiere ospitava un concerto di un piccolo gruppo metal ed era un paradosso divertente. C'era, di fianco alla macchina, dal lato di guida, un tabellone pubblicitario di un grande magazzino, con una piacente giovane signora che tendeva la mano. Qualche incompreso artista le aveva coperto gli occhi e la bocca con un tocco maldestro di vernice spray che nella penombra aveva un colore indiscernibile tra il bianco e il beige. E sempre questa tizia tendeva la mano, e soffocava dietro la vernice. Le sue nuove orbite monocromatiche avevano colato un poco sulle guance, doveva essere stata un'agonia dolorosa. Lui sonnecchiava. Gli spinsi due dita negli occhi, premendo sulla sua bocca mentre gridava. <<Fa male?>>. April 20 .:: Il TaQQuino - Fragole Congelate (I Parte) ::.«Aspetta… aspetta…». Allungò una mano verso il pavimento dove aveva depositato il proprio zaino, e nel far ciò s’abbassò, premendole addosso, il corpo discinto contro il suo. «Che fai?>>, domandò lei con un sorriso, sentendolo agitarsi nel tentativo di scovare - nel buio poco meno che totale – la sua sorpresa. «Vedrai…>>. Con una mano si reggeva malamente per non pesare troppo su di lei, con l’altra frugava con un certo animo, smanioso per via della ragazza nuda sotto di sé che gli cingeva il torace con le mani e respirando piano gli spingeva un sibilo delizioso nell’orecchio. Infine avvertì la plastica fredda, leggermente umida di condensa sotto le dita, fece saltar via il coperchio del barattolo e raccolse un pezzetto di fragola congelata. Guardò la compagna con aria trionfante. <<Allora…?>>. «Hmm…», e ridacchiò, stringendogli un poco di più il bacino fra le cosce. A quel punto lui si lasciò scivolare il frutto gelido fra le labbra e le baciò la bocca, lasciandole assaggiare il suo piccolo tesoro color rubino, lesinandoglielo qualche momento prima di lasciare che lo prendesse e lo inghiottisse ormai sciolto. «Mangiata». «Ne ho finché ne vuoi». Ne raccolse un’altra, più grossa, stavolta gliela cedette subito. Il bacio la spezzò dopo pochi istanti, e ne ebbero un frammento a testa. Ne prese una terza, la portò alla bocca ma questa volta si sottrasse al bacio sollevandosi sulle braccia. Sogghignò, mentre si ritraeva scorrendole fra le gambe verso il fondo del letto, sempre più chino sul suo basso ventre. «Oh no, non…», e non seppe se ridere ancora o trattenere il respiro nel momento in cui lui spinse il frutto ghiacciato fra le pieghe del suo sesso. Lievemente imbarazzata, deliziata, alla fine con un gran sorriso sussurrò. «Mi dà la pelle d’oca…»
fine prima parte .:: Il TaQQuino - Magia dell'Acqua Calda ::.Capì che era tornato dal concitato brusio che saliva dal cortile; ma invece di affrettarsi anche lei dietro le sguattere e i ragazzini curiosi rimase presso la finestra, trattenendosi ad osservare i garzoni di stalla che ricoveravano le cavalcature impolverate. «Gwedd», diede infine una voce alla vecchia balia che teneva le mani sempre pensosamente giunte nella tasca del grembiale, «fa’ preparare un bagno caldo per il tuo Signore». Devota, la vecchia donna bruna si ritirò, lasciandola sola. Lei si mosse lentamente verso la grande cassapanca della sua dote e quasi assorta ne trasse la lunga veste da notte del corredo prezioso, facendola calzare silenziosamente attorno al suo corpo nudo e sottile. Poi, scalza, lasciò i suoi appartamenti.
Lui si stava svestendo, non s’avvide della sua presenza fino a che lei non gli fu tanto prossima da solleticargli le narici spellate con l’intrigante aroma floreale che spandeva dalla sua pelle bianca, e le orecchie con il fiato tiepido che le sfuggì dalle labbra nel momento in cui gli disse «Odori di lungo viaggio». Sotto la nera barba incolta il giovane uomo arrossì un poco di vergogna, ma lei gli si mosse attorno come se fluttuasse sui piccoli piedi delicati, sfiorandogli di baci le spalle nude segnate dall’armatura, senza curarsene. Anzi, pareva davvero che la fragranza acre di cuoio e sudore le fomentasse una vampa vivace in fondo alle iridi pallide. Trattenendogli le mani fra le proprie, con l’amore e la dedizione di una novella sposa, ella lo precedette nella grande tinozza, immergendosi vestita nell’acqua che fumava e le inghiottiva vorace la veste. Deliziato, lui si sbarazzò anche degli ultimi indumenti che portava e la seguì, bramando il suo amore. |
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