Giulia's profileLa Camera d'AmbraPhotosBlogListsMore Tools Help

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    August 15

    .:: Il TaQQuino - Replica ::.

    << E' innamorata di te, Blaze >>.
    Il ragazzo rallentò il passo, ma non si fermò; nessuno avrebbe mai potuto accorgersi che, sotto la camicia, un lungo brivido gli aveva attraversato la schiena, lasciandolo impercettibilmente ancora un po' più pallido.
    << Mi hai sentito? >>, insisté Angus.
    << Ovvio che ti ho sentito >>, sbottò il berserker a denti stretti. << Non so che dirti, è libera di innamorarsi di chi le pare >>, e prima che il compagno potesse rispondere qualche cosa, imboccò la rampa di scale e scese, con il rimbombo dei suoi pesanti scarponi che riecheggiava per i corridoi semideserti.
    Angus si strinse nelle spalle e ritornò sui propri passi.
     
    Nana guardava fuori dalla finestra una coppia di cinciarelle che si affaccendava attorno al nido. Aveva lo sguardo torbido e la mente annebbiata dagli antidolorifici, eppure più Angus la osservava più aveva la netta impressione che ci fosse qualcosa di insolito in lei. Era irrimediabilmente cambiata. Richiuse il computer portatile. << Ho bisogno di uscire per commissioni >>, le disse. << Vuoi che ti porti qualcosa? >>.
    Lei si riscosse, e gli rivolse un caldo sorriso di riconoscenza. << No, grazie >>. Era molto serena, trovò lui. Al di là del pessimo colorito aveva l'espressione distesa di chi se che i brutti momenti sono ormai trascorsi -- cosa tutt'altro che vera, in realtà, per lo meno per l'Alleanza dei Clan.
    << Neppure un po' di sushi per cena? >>, suggerì, ammiccando. << Lo prendo anche per me. Davvero, volentieri >>.
    Era pieno di premure, quasi dovesse compensare l'improvvisa indifferenza di Blaze, e lei lo immaginava. Forse era da imputarsi alle iniezioni di morfina, tuttavia sentiva di essere infine pronta anche a mettere una pietra sopra alla sua smania per il biondo berserker. << Vada per il giapponese >>.
     
    Dopo la riunione -- l'ennesima, quella settimana -- Blaze si ritirò nella sua stanza a coltivarsi una tremenda cefalea. Aveva scartato l'ipotesi di tornare in infermeria a chiedere un analgesico perché presumibilmente dottori e inservienti non ne potevano più dei suoi passi pesanti su e giù per la corsia dov'era ricoverata Nana. E le infermiere erano pettegole.
    Pensava a lei ogni minuto. Con se stesso si giustificava pianificando vendetta, salvo, cinque minuti più tardi, ritrovarsi a pensare che sarebbe stato carino chiederle di uscire, una volta tanto, lei e lui soli.
    Il mal di testa diventò presto insostenbile, perciò decise di alzarsi e s'incamminò verso il padiglione riservato ai servizi ospedalieri. Da lontano scorse Angus, con la valigetta del portatile sottobraccio, allontanarsi frettolosamente verso la rimessa delle auto. Nana doveva essere rimasta sola, per coincidenza  perché i dottori alla fine ne avevano avuto abbastanza del continuo via vai di visitatori. La fase critica per la paziente era passata, e la ragazza non aveva più bisogno di sorveglianza.
     
    << Sei ancora qui? >>, berciò la capoinfermiera al che il giovane uomo varcò la soglia.
    << Un'aspirina e tolgo il disturbo >>, ringhiò lui di rimando.
    << La replicante è rimasta sola >>, osservò la donna mentre rovistava fra gli scaffali alle sue spalle. << Il signor Ferguson ha cambiato idea? >>.
    << Il dottor Kramer sostiene che non ci sia più pericolo di crisi >>.
    Per qualche istante nessuno dei due profferì più parola, ma la capoinfermiera fissava il berserker in maniera davvero molto eloquente, suscitando subito in lui il ricordo di una delle prime crisi di replicazione incontrollata di Nana, durante la quale aveva assimilato il suo potere, devastando il reparto e ferendo gravemente se stessa e alcuni membri del personale. << Non ricapiterà >>, mormorò Blaze.
    << Sarà bene >>. Sospinse verso di lui il barattolo con le compresse che le aveva chiesto.
    Il ragazzo avrebbe dovuto raccoglierle e allontanarsi, ma alla fine i suoi stessi piedi lo portarono proprio fin davanti alla porta della camera di Nana. "Do solo un'occhiata", si disse.
    Ma lei lo sentì; come replicante aveva una sensibilità fuori del comune, senza contare che lui era un grosso berserker che ai suoi sensi doveva vibrare come fuoco.
    << Blaze? >>.
    Sarebbe stato stupido non entrare, a quel punto.  << Ciao, Na >>.
    C'era qualcosa di strano nel modo in cui gli occhi color miele della ragazza lo stavano fissando; di solito in sua presenza lei arrossiva, sorrideva imbarazzata, si torceva le mani e il suo sguardo irrequieto rifuggiva quello del suo interlocutore. Quella volta non accadde nulla di tutto ciò.
    << L'ultima volta che sei stato qui ho combinato un casino >>, ammise la replicante con un mezzo sorriso. << Credevo ti fosse stato proibito di venire >>.
    Lui scosse il capo. << Sono sempre rimasto nei paraggi, solo che evidentemente non te ne sei resa conto... sei rimasta sedata tutto il tempo >>.
    Nana annuì. Blaze trovò che fosse diventata improvvisamente ed innaturalmente serie e compunta, come se di colpo fosse cresciuta di almeno vent'anni. Di nuovo accarezzò con insistenza l'idea di concederle un appuntamento... sempre che lei non fraintendesse il suo gesto in un moto di semplice compassione, perché non lo era.
    Prese una seggiola e si sedette. << Il Consiglio sta valutando un tuo possibile ingresso in Squadra 1...>>.
    << Come mai? >>, domandò a bruciapelo la replicante, aggressiva.
    << Evidentemente ti ritengono all'altezza... >>, mentì l'altro.
    << Puttanate >>, esclamò Nana. << Sono tanto all'altezza quanto lo ero un mese fa, quando la mia richiesta è stata respinta per l'ennesima volta >>.
    Secondo Blaze le cose stavano prendendo una brutta piega. Nella sua mente poco a poco affiorò l'idea che Nana potesse essersi spinta da sola fino al covo della Congregazione.
    Quasi avesse letto nei suoi pensieri, la ragazza interruppe il silenzio. << Secondo loro io sarei un mutante di Classe 3 >>.
    << Secondo chi? >>. Gli occhi del berserker mandavano lampi.
    << Secondo la Commissione Esaminatrice della Congregazione >>, rispose. << Da che parte sta l'errore, adesso, Blaze? >>.
    Un altro brividò gli rotolò silenziosamente giù per la iena. Nana era davvero un mutante di Classe 3, pure se nel suo dossier figurava come Classe 5, e non si trattava di una svista dei commissari che l'avevano esaminata, bensì di un dato volontariamente manomesso. Lui lo sapeva, ma non lo diede a vedere. << Si vede che i loro ispettori ne sanno ancor meno di quanto sembri >>.
    Ma Nana non era convinta, e di questo Blaze cominciò ad aver paura. Decise di metterla alle strette. << Dagli atti in mano al Consiglio risulta che sei stata sequestrata >>, asserì. << Ma tu non sei così imprudente, e io non me la bevo >>.
    December 07

    ** slancio materno **

    Entrò nella vecchia casa e oltre la soglia lo accolse lo stesso odore che ricordava di aver notato anche la prima volta che aveva messo piede lì dentro. Vestigia di veleno antitarli. Sienna sarebbe arrivata di lì a un'ora, forse meno; aveva giusto il tempo di andare a prendere della legna e accendere la stufa per asciugar via un po di umidità dalle stanze.
    Sienna era incinta. Non che glielo avesse detto, lui lo aveva scoperto da Hazel, sua sorella minore. Il fatto che di punto in bianco avesse deciso di lasciare il suo ragazzo, Carrick, sembrava la prova ultima che il bambino era suo... del resto era anche la spiegazione più logica, dal momento che entrambi avevano sempre preso le dovute precauzioni, salvo quell'ultima volta.
    Lasciò il cellulare sulla credenza, in cucina; la copertura di rete in quella zona remota delle montagne era scarsa e limitata a poche zone strategiche della casa. 'Come in ogni horror che si rispetti', era solita dire Hazel, che nutriva scarse simpatie per quel luogo sperduto tra i boschi. I progetti che avea in mente Jay per qualle sera, però, erano tutt'altro che spaventosi.
     
    Appiccò il fuoco alla legna nella stufa. La cucina era piccola, e si scaldò in fretta. Guardò l'orologio, erano quasi le cinque e fuori già imbruniva. Sienna avrebbe dovuto chiamare a momenti, perché lui scendesse in paese con l'auto, a prenderla, ma il telefono era muto. Per cinque, sei volte Jay lo prese, lo cambiò di posto, lo spense e lo riaccese per essere sicuro che ci fosse campo. Poi sentì dei passi, suole di scarponi pesanti che facevano crepitare lo sterrato velato di brina; Sienna era salita fino al rustico a piedi, con la borsa in spalla.
    <<Stupida!>>, vociò il ragazzo sporgendosi dalla finestra.
    <<Ti voglio bene anch'io>>, replicò lei, sorridendo.
    Lui si precipitò fuori, le tolse la borsa di mano, richiuse la porta alle loro spalle. <<Dovresti avere più cura di te...>>, protestò, contrariato. <<Eravamo d'accordo che mi avresti chiamato e sarei venuto a prendeti...>>
    <<Sono soltanto un paio di chilometri, Jay>>, cercò di rabbonirlo lei, sfilandosi il giaccone. <<L'abbiamo fatta a piedi un sacco di volte>>.
    <<Ma tu non eri...>>, però poi tacque, la sua interlocutrice aveva un'espressione tanto desolata - quasi afflitta - che desiderò non averle mai fatto capire che lui conosceva le sue condizioni. In effetti si era ripromesso di fare finta di niente fino a che non fosse stata lei a parlargliene. Per un lungo minuto rimasero a fronteggiarsi senza spiccicare parola.
    <<Pensavo che venire qui sarebbe stata un'ottima occasione per parlarne, effettivamente>>, mormorò la ragazza dopo quella che ad entrambi era parsa un'eternità. <<Ma a quanto pare non c'è rimasto molto da dire>>.
    <<Tutt'altro>>, replicò Jay, lasciando la borsa ai piedi delle scale per andare a stringerle le mani intirizzite fra le proprie. <<Io voglio questo bambino, Sienna, ma vorrei essere sicuro che lo voglia anche tu>>, disse, con enfasi. Di fronte all'aria smarrita di lei, però, moderò la foga. <<Ho sentito Hazel dire a Rowan che avrebbe dovuto persuaderti ad abortire, o a darlo in affidamento una volta nato>>.
    <<Neanche per idea!>>, fu la risposta secca della ragazza. <<Ho ventidue anni ormai, sono perfettamente in grado di provvedere a mio figlio. Anche fossi sola, io...>>.
    <<Sienna, per l'amore del cielo>>, sbottò lui. <<Non sarai mai sola, c'è tua nonna, c'è Rowan e ci sono io, se mi permetterai di riconoscerlo>>.
    <<Che discorsi, Jay>>, sospirò Sienna lasciando ricadere le spalle, come spossata, ma con evidente sollievo. <<E' figlio tuo, ci sono pochissimi dubbi in merito>>.
    Il ragazzo annuì lentamente. <<Mi dispiace. Non sono un incosciente, però non ero davvero preparato ad una simile eventualità, non avevo niente con me>>. Si scambiarono un'occhiata colpevole, poi lui si riscosse, con ritrovato cipiglio. <<Comunque il bambino ora non c'entra. C'è anche altro di cui discutere... perché io voglio veramente stare con te>>.
    August 30

    :: Un Po' Vero Un Po' No - Terza Parte ::

    Erano le undici di mattina, ma nuvole compatte grigio-verdi avevano oscurato il cielo ed era buio come fossero le sette di sera. L’aria estremamente umida insidiava le pagine dei libri impilati sul tavolo, tra le candele, l’incensiere d’ottone e la lampada alogena; ma nessuna delle due ragazze si alzò a chiudere la finestra. Sul davanzale, un grosso mazzo di fiori di campo riposava in un vecchio vaso della marmellata, e guardava fuori, verso il prato, oltre le fronde basse del gelso.

    Isabelle fissava rapita le volute di fumo dell’incenso piegate dai refoli freschi che entravano dal battente lasciato aperto. All’altro capo del tavolo Julia, altrettanto assorta, accarezzava il suo mazzo di tarocchi, evidentemente indecisa sul da farsi. Quanto alla cagna nera, s’era appisolata sul suo tappeto, in un angolo, e solo di quando in quando la si sentiva sospirare pigramente, e cambiare posizione. Era presumibilmente l’unica ad annoiarsi davvero, in quel momento, soprattutto dopo che Julia aveva messo le loro scarpe bagnate in alto, sopra la stufa, per impedire che se le masticasse.

    Isabelle si riscosse. «Allora», disse, lasciando scorrere le dita sui ghirigori della tovaglia, «le carte non ti dicono nulla? Che ne è dei nostri eroi, dopo tutti questi anni?».

    In silenzio, Julia cominciò a mescolare le carte; ne dispose cinque sul tavolo, di fronte a lei, a formare una croce, e cominciò a leggere. «Il Sacerdote: Shara prospera sotto il regno dei giovani Principi, l’inizio di una nuova epoca. Anche il Consiglio della Magia è stato mondato dalla corruzione e dalla cupidigia, ed Andaman ne è il nuovo Primo Consigliere».

    «Buon per noi», commentò Isabelle a bassa voce.

    «Cinque di coppe: eredità, famiglia. Lúrien è rimasta incinta, ma non ne sono tutti entusiasti…».

    «Chi non lo è?», chiese l’altra, curiosa.

    «Quelle tre coppe rovesciate», e Julia indicò la carta, che raffigurava una giovane donna dai lunghi capelli biondo rossiccio inginocchiata sulla riva di un ruscello; due coppe, diritte, giacevano al suo fianco, ed altre tre, capovolte, erano state disegnate sulla riva opposta. «Sono quasi sicura che siano tre Custodi, probabilmente Vain, Caindran e Ran».

    «Thronzi però!», ridacchiò Isabelle adoperando un termine molto in voga tra loro quand’erano poco più che adolescenti.

    La sua amica sogghignò, ma non perse la concentrazione. «Principessa di bastoni: è Jsabella, è in viaggio. È in viaggio. È cresciuta parecchio ultimamente… ed è anche progredita… occupa una posizione di rilievo fra la sua gente, ora». Poi voltò la quarta carta. «Il Sole», annunciò, e poi tacque per qualche istante. «Che te ne pare?».

    «È un Principe guerriero», osservò Isabelle, pensierosa. «Ma non Eldarion, no… non direi sia uno dei nostri. Che venga da Aman?».

    «No, non è un Elfo, mi sembra piuttosto un Uomo. Si direbbe uno straniero, desideroso di stringere alleanze».

    «Manca l’ultima carta».

    Julia la scoprì. «Sei di coppe: il passato. Qualcosa che ritorna, portando problemi. Si direbbe che qualcuno conservi ricordi dolorosi della propria infanzia che stanno tornando a galla».

    Isabelle si strinse nelle spalle. «Non saprei chi. Forse il nostro Sole».

    L’altra annuì. «Prima o poi lo scopriremo…», e detto ciò, raccolse le carte e cominciò a riordinare il mazzo. «Il pozzo è il luogo dei ricordi per eccellenza, secondo me», soggiunse dopo poco. Nel frattempo fuori aveva smesso di piovere ed il sole s’era aperto una breccia fra le nubi ormai sottili e consumate, accendendo nuovamente il prato del suo consueto verde brillante. «Ho usato l’acqua del pozzo per meditare sulle mie vite passate».

    «E funziona?».

    Julia ghignò ancora una volta, evitando di incontrare lo sguardo dell’amica. «Potresti provare tu stessa», mormorò, provocatoria. 

    August 19

    :: Un Po' Vero Un Po' No - Seconda (piccola) Parte ::

    La cagna nera di Julia aveva il galoppo massiccio e veloce di un cavallo mentre sfrecciava accanto a loro, scomparendo poi nella boscaglia. Di nuovo, in lontananza, si udiva il richiamo del falco.

    «Poggio del Falco», considerò Isabelle tra sé, ripensando ad un libro di Marion Zimmer Bradley. «E tu, con quella chioma rossiccia, saresti una discreta Romilda».

    Julia sorrise. «Non ho abbastanza petto». L’erba alta, al limitare del bosco, dove il trattore non riusciva a passare, era solcata da un paio di stretti sentieri sinuosi di steli schiacciati e ingialliti, segno del passaggio di uomini e bestie. Poi, dove Yuri a suo tempo aveva aperto un varco tra la vegetazione a colpi di roncola e tronchesi, la cagna nera s’era fermata ad aspettarle con un grosso bastone orgogliosamente stretto fra le fauci. Quando vide approssimarsi le ragazze, schizzò nuovamente avanti, in un tramestio di legna spezzata.

    Il Cerchio di Pietre era stato tracciato sotto un grande nocciolo che vi protendeva sopra i suoi rami offrendo una verde, suggestiva volta di fogliame. Nonostante Julia gliene avesse già parlato in numerose sue e-mail, descrivendoglielo minuziosamente, Isabelle se l’era immaginato più grande. Misurava tre metri di diametro ed era cinto da undici grossi sassi che Julia e Yuri avevano trasportato sin lì dal letto asciutto di uno dei tanti torrentelli stagionali che attraversavano il bosco.

    Ad ogni modo, Isabelle doveva convenire che la cosa aveva un suo fascino, ed i suoi pensieri volarono veloci ai personaggi e ai luoghi della propria immaginazione, lasciandola silenziosa a guardarsi attorno.. Julia non la disturbò; dalla tracolla militare trasse una bottiglia di vino rosso senza etichetta – produzione artigianale di un qualche conoscente di suo padre – la stappò, versò un bicchiere a ciascuna e lo levò in alto come un povero graal di vecchio vetro rovinato. «Ai Sette Mari di Rhye, al Dhara e alle Terre Esterne!».

    August 14

    :: Un Po' Vero Un Po' No - Prima Parte ::

    Il giorno che arrivarono, il cielo era una specie di patchwork di pezze bianche, azzurre e grigie. Verso nord le nuvole erano candide, illuminate dal sole di metà pomeriggio; sopra le loro teste, invece, erano più flaccide e plumbee, anche se non davano segno di voler volgere in pioggia poi tanto presto.

    «Qui non piove tanto come a valle», disse Julia levando il naso all’aria, nel tentativo di trarne un qualche vaticinio meteorologico.

    «La pioggia non mi dispiace», la rassicurò Isabelle guardandosi attorno. Il grande gelso gettava un’ombra incostante ma gradevole sulla facciata di pietra della vecchia casa, mentre il prato antistante era verde brillante sotto i raggi del sole che andava e veniva fra le nubi; una distesa di teste gialle di ranuncolo, ed altri fiori di campo rosa e viola di cui non conoscevano il nome – Yuri senz’altro l’avrebbe saputo, ma non era potuto salire con loro.

    L’unico rumore percepibile era il ronzio degli insetti – accovacciandosi per terra se ne potevano scorgere a milioni, fra l’erba, e di tantissime specie, dalle formiche ai bruchi alle coccinelle gialle – occasionalmente sovrastato dal cinguettio degli uccelli del bosco o dalle grida acute di un invisibile, piccolo falco che si nascondeva tra gli alberi.

    Isabelle si voltò, fece per ritornare alla macchina e scaricare il proprio bagaglio, quando Julia la trattenne, prendendola sottobraccio. «Con caaaaalma», le disse, conducendosela appresso nella direzione opposta, verso la porta d’ingresso. «Sono le cinque, è ora del tè. Per Dio», e non specificava mai quale, «non c’è luce, non c’è acqua ma i fornelli vanno che è una meraviglia».

    E così l’auto rimase con il bagagliaio aperto e i borsoni in bella vista – nel caso in cui le fate avessero voluto darci una sbirciata. La cagna nera di Julia sfilò dalla tracolla militare della ragazza il suo osso di pelle di bue, di cui aveva già completamente rosicchiato un’estremità, e se ne trottò via, alla ricerca del posto migliore dove accoccolarsi e continuare a masticarlo.

    La cucina era la stanza più e meglio ammobiliata di tutta la casa – e presumibilmente anche quella in cui avrebbero trascorso la maggior parte del tempo. Del vecchio mobilio originale erano rimasti soltanto il lavello – senza il rubinetto! – e la stufa di mattoni rossi; la precedente proprietaria aveva lasciato il forno e i fuochi, e due taglieri di legno in bella mostra appesi al muro, per il resto – la credenza, il tavolo e le sedie, nonché i due ammennicoli scaccia-guai in legno – l’aveva recuperato la madre di Julia spulciando gli empori di mobili di seconda mano.

    «E questo cos’è?», domandò Isabelle additando un bizzarro pezzo di artigianato appoggiato ad un chiodo.

    «È un fucile fatto in casa», rispose Julia mentre riempiva il bricco con l’acqua delle bottiglie portate da casa; acqua di rubinetto, ma di quella buona. «È saltato fuori quando abbiamo fatto pulizie in soffitta. Ed era pure carico! Fortuna che mio padre mirava verso il bosco, quando l’ha provato…». Si trattava nient’altro che di un pezzo di legno sagomato a calcio di fucile su cui era stata fissata una canna metallica, ed arrangiato un vecchio chiavistello a molla a far da grilletto. «Piuttosto ingegnoso, comunque», concluse, dando voce ai pensieri dell’altra. «Metti mai che i Pooja sconfinino da queste parti…».

    «Eh no», protestò Isabelle riponendo la rudimentale arma, con un sogghigno. «Quando sarà, dovrai munirti di sonagli e ricondurli alla palude».

    Appoggiato in un angolo dell’ingresso, subito a sinistra della porta, c’era un bastone di nocciolo alto almeno una spanna più delle ragazze. L’aveva fabbricato Yuri, intagliandone la corteccia con motivi vagamente geometrici; era il bastone sciamanico di Julia, il suo piccolo Kael’galendath. «Dovresti abbellirlo delle piume», osservò Isabelle. Avrebbe voluto soppesarlo nella mano, ma qualcosa le suggeriva che quell’oggetto, al pari dei suoi nobili parenti in possesso ai grandi Maghi e Stregoni, non gradiva di essere maneggiato dagli estranei.

    «Aspetto solo di trovarle. Di trovarne di belle, diciamo», replicò la sua amica, ammiccando. «Ne avevo trovate un paio, forse di ghiandaia. Erano beige e bianche come piacciono a me, chissà che fine hanno fatto. Le avrà mangiucchiate il cane».

    Sorseggiarono il loro tè sedute su uno tappeto trapuntato dai colori caldi. Era la fine di agosto, ma mano a mano che il sole declinava ad occidente un’umidità freddina incombeva su di loro. La bevanda, ambrata e fumante, era tutt’altro che sgradita. «Buono», trovò Isabelle annusando l’aroma speziato che si levava in vapori dalla tazza. «Cos’è?».

    «Uhm, Winterzeit qualcosa. Una scoperta di mia madre, roba tedesca, c’è arancia, mela e cannella», rispose Julia facendo ticchettare i denti sul bordo di ceramica. «Non ti ho detto… puoi prendere una sedia se non ti va di stare per terra. Io mi metto sempre qui, mi ci sono anche addormentata un sacco di volte… mi dirai che sono patetica, ma mi piace stare sull’erba. Mi radico meglio».

    Isabelle non rispose, ma annuì appena percettibilmente. Non era veramente pagana come Julia, per quanto si scambiassero sempre gli auguri in occasione delle feste stagionali. Per lei, il significato del radicamento era limitato all’uso sporadico che ne aveva fatto nei propri racconti fantastici.

    Julia accantonò la tazza per prendere la macchina fotografica e scattare un’istantanea della cagna nera che veniva loro incontro per elemosinare cibo con il suo naso umido e invadente. «Sapessi come si scrive bene con la pancia per terra», soggiunse dopo poco.

    Isabelle guardò il gelso che troneggiava pacifico e quasi paterno su di loro. «Lo saprò presto, credo», disse. Trasse un profondo respiro, l’aria sapeva di buono. In lontananza rombava un trattore, tanto per rammentare loro che, oltre i boschi, c’era ancora il Mondo Civilizzato.